#TFF36 – Vargur/Vultures, di Börkur Sigthorsson

In concorso al TFF36, Vargur vede due fratelli, impegnati a contrabbandare cocaina nel loro paese, l’Islanda, sotto forma di pallottole di plastica inghiottite da una giovane ragazza polacca, Sofia. I due sono antagonisti da una vita, con Erik, che lavora in uno studio legale ed è il volto dell’elevazione sociale dell’Islanda moderna, e Atli, piccolo criminale appena uscito di prigione, da tempo bloccato in una spirale discendente. I fratelli devono però mettere da parte le proprie divergenze quando Sofia inizia a stare male, la consegna comincia a essere in pericolo e la polizia, soprattutto nella determinata veste di Lena, comincia a braccarli.

Nel presentare Vargur i produttori, tra cui Baltasar Kormákur (regista di Everest), parlano di “thriller nordico” e, in effetti, non c’è probabilmente definizione più esatta. Il film di Börkur Sigthorsson, sceneggiatore e regista al suo primo lungometraggio dopo la serie Trapped (creata, ancora, da Kormákur), per lunghi tratti ha davvero poco del thriller convenzionale, pur mantenendosi allo stesso tempo sempre aderente al genere di riferimento.


Vargur differisce, innanzitutto, per l’andamento, col suo rifiuto di lasciarsi abbandonare alla frenetica azione pura per concentrarsi sulle reazioni dei personaggi; d’altra parte sfoggia invece un montaggio (ad opera di Elìsabet Ronaldsdòttir, che ha già lavorato a film come John Wick o Atomica Bionda, e si vede) che riesce ad incastrare perfettamente le molteplici storyline che costruiscono la vicenda, specialmente nella parte introduttiva dove addirittura vengono ripresentate le medesime scene ma da diversi punti di vista. La pellicola si contraddistingue maggiormente, inoltre, nel suo apparire cruda, secca, esplicita. Come già accadeva nella già citata serie Trapped, il duo Kormálur-Sigthorsson non intende mostrare l’Islanda che ci piace immaginare, quella sempre glaciale ma in senso romantico delle immagini promozionali, ma sceglie di ambientare la maggior parte della storia in interni, in stanze buie, malinconiche e tetre.

Come si può intuire, quindi, tutta la “nordica” messa in scena ha come unico obiettivo quello di valorizzare i suoi protagonisti, la loro complessa intimità, la loro triste e rassegnata esistenza. Sigthorsson decide infatti di approfondire, in un modo o nell’altro, tutti gli attori coinvolti, dai poliziotti che indagano sul traffico di droga, alla ragazza, Sofia, che ha il compito di trasportarla. E a giganteggiare nell’inquadratura, a più riprese, è proprio il volto innocente e delicato, quanto spento e vuoto, di Sofia (Anna Próchniak). La ragazza è il simbolo di questo mondo corrotto e perduto, in quanto più grande vittima di tutta la storia e, al tempo stesso, colei che di fatto la porta avanti. I fratelli, in teoria i veri protagonisti, in fondo dipendono, nel bene e nel male, ora dalle sue fragilità ora dalla sua insospettabile forza ed è proprio nelle loro opposte reazioni che rivelano chi sono davvero.
Quello che Sigthorsson mette in atto, allora, è un interessante rovesciamento continuo di quegli stilemi che il genere normalmente richiede, arrivando a tradire puntualmente l’aspettativa lo spettatore con la sua brutale piattezza. Certo, la destinazione finale resta quella classica del thriller, risolvendosi in una sanguinosa resa dei conti, eppure, anche in questo caso, i ruoli non fanno che confondersi. Persino il “villain” della storia, che per gran parte della visione sembra essere più qualcosa di astratto (come il tempo che manca alla consegna della droga), arriva a mostrarsi solo in fase conclusiva e, ancora, non come ci si aspetterebbe, bensì in tutta la sua crudele e cinica freddezza.