#TFF37 – Beats, di Brian Welsh

Scozia, 1994. Nei giorni in cui il governo inglese dirama il Criminal Justice and Public Order Act, legge che vieta l’assembramento di più di venti persone che ascoltino musica caratterizzata da ritmi ripetitivi, i battiti appunto, Spanner e Johnno vivono i quotidiani problemi di due adolescenti ai margini.
Cresciuti porta a porta in un quartiere periferico di lunghi ballatoi e scarse opportunità, ora stanno per separarsi. La madre di Johnno sogna un futuro migliore per i figli, dalla felicità a portata di villetta bifamiliare in una zona in espansione. Spanner, invece, fratello di un piccolo boss violento, passa le giornate girovagando senza meta su uno scooter scassato e frequentando la radio clandestina di un edificio occupato, insieme a Laura, Wendy e Cat.
Per tutti loro, quei battiti osteggiati da politici e polizia sono l’unico segno tangibile di vita in un’esistenza altrimenti monotona e incolore, che il bianco/nero nostalgico scelto da Brian Welsh restituisce nel suo grigiore imprimendola al tempo stesso in uno scatto d’epoca, come una piccola, quotidiana leggenda.
Che importa del domani quando il futuro sembra già segnato? Spanner, Johnno e gli altri vivono al tempo presente, per quell’unica notte, nella danza orgiastica e sfrenata che segnerà la fine dell’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta.
Welsh si attacca ai suoi protagonisti, all’incredibile faccia “loachiana” di Lorn MacDonald (Spanner), su cui pare inscritta la disperazione della gioventù scozzese anni 90, e allo sguardo impaurito di Cristian Ortega (Johnno) preso in mezzo tra origini operaie e sogno borghese.
Il regista e sceneggiatore, che al suo quarto film sceglie di adattare la pièce teatrale di Kieran Hurley, ne segue le traiettorie inevitabili verso il luogo mitico del rave, abbozzando altre storie, altri ritratti, nel tentativo di afferrare lo spirito di una Generazione X ancora più outsider, lontana dai fasti e dai clamori della scena musicale Britpop che in quello stesso anno imponeva agli occhi del mondo la Cool Britannia.
Non tutto fila a dovere e non sempre il film riesce a reggere l’energia che vorrebbe esprimere, tanto che probabilmente la parte del rave, con l’arrivo della polizia e le conseguenze della notte brava, risultano più deboli della descrizione d’ambiente iniziale. Più che i tossici cult dell’epocale Trainspotting, il coming of age di Welsh si avvicina a certi ritratti giovanili del cinema indipendente americano, quei “tutto in una notte” in cui si consumano amori, lacrime, risate e malinconie, si esce di casa bambini e vi si fa ritorno all’alba con una nuova consapevolezza.
Continuiamo a volerne dai tempi di American Graffiti e non ne siamo mai stufi. Forse bisognerebbe avere un po’ più di coraggio ma, rispetto al dilagare di film iper-scritti e vittime del politicamente corretto, l’amore sincero di Welsh per i suoi personaggi è qualcosa che va difeso strenuamente.