#TFF37 – Cinque grandi emozioni: incontro con Carlo Verdone

“Quando lei tornerà qui, in Rai a Torino, lo farà in una macchina blu, portato da un’autista…”. Questa era stata la profezia del Dottor Gambarotta rivolta ad un giovanissimo Carlo Verdone. E aveva ragione.

Il regista è arrivato stamattina in Via Verdi 14, sede della Rai torinese, in qualità di guest director della trentasettesima edizione del Festival del Cinema di Torino per presentare le sue cinque grandi emozioni cinematografiche: Sunset Boulevard, Ordet, Divorzio all’italiana, Being There e What’s Eating Gilbert Grape.

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Qualcuno forse è rimasto sorpreso da scelte tanto cinefile, lontane dall’immagine del Verdone comico e macchiettistico a cui molti lo associano, ma interrogativi e perplessità erano stati già chiariti in tempi non sospetti dalla direttrice Emanuela Martini, che durante la conferenza stampa di presentazione del festival aveva ricordato ai presenti, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, quali fossero le “origini” del regista e attore romano. Il padre, Mario Verdone è stato infatti uno dei più grandi critici cinematografici italiani, docente e direttore del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e queste cinque scelte, questi tasselli imprescindibili, sono la dichiarata e accorata dedica di un figlio al padre, e di un allievo al proprio maestro.

Devo ringraziare mio padre“, ha ribadito oggi Carlo Verdone, ” perché mi ha iniziato alla conoscenza del cinema, che in seguito ho approfondito da solo, passando anni e anni nei cineclub romani. Posti magici come il Film Studio, il Cineclub Tevere, l’Azzurro Scipioni. Qui, grazie a dei programmatori esperti e appassionati ho scoperto non solo il grande cinema classico ma anche quello underground, americano ed italiano. Ho amato registi come Grifi, Schifano e così via. Insomma, in più di dieci anni ho fatto una bella scorpacciata di film, ed è stato bello riportare qui a Torino quell’atmosfera!”

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Cinque titoli che recano dunque l’impronta paterna, tra cui spicca su tutti Ordet, il capolavoro di Carl Theodore Dreyer, “l’espressione più sublime del cinema mondiale“, presentato ieri al pubblico davanti ad una sala gremita. “Se il povero Dreyer avesse visto una platea così piena ne sarebbe stato davvero fiero“, ha commentato Verdone, raccontandoci nel dettaglio cosa si nasconde dietro a questa scelta curiosa, andando così a ripescare l’ormai celebre aneddoto della bocciatura, noto soprattutto per la versione rielaborata in Grande, grosso e Verdone  .

Il giovane studente Verdone, abbandonati gli studi di Storia delle religioni e le amate speculazioni sulla fede – ed ecco che Dreyer ritorna! –  per dirottarsi verso il cinema, fu infatti bocciato dal padre proprio a causa di una spinosa domanda sul maestro danese, che gli lasciò così, consapevolmente o inconsapevolmente, un’impronta indelebile. “Godard diceva che i film di Dreyer sono una botta di follia e potenza“, ci ricorda il regista, “per me sono un miracolo di grandezza e rigore. È poesia“.

E la poesia è ciò che accomuna questo percorso a tappe che passa per cinque film, cinque filmografie lontane le une dalle altre, da Billy Wilder a Pietro Germi – suo regista del cuore – ma che nell’anima del cinefilo Verdone acquistano una loro coerenza strutturata.

Certo, c’è chi continua a vedere una discrasia inconciliabile (?) tra un tale bagaglio culturale ed il risultato dietro la macchina da presa, ma il regista, passando in rassegna tutta la propria filmografia, ha dimostrato ancora una volta, con pazienza ed umiltà, quanto quest’idea di semplicità sia erronea e limitata: “nei miei film ho sempre cercato di variare. Oggi anche i miei film meno riusciti sono stati rivalutati. Io quindici anni fa non avevo tutto questo successo. Credo che il pubblico abbia scoperto una sincerità nelle mie opere. Quello che amo è il Cinema”.