#TFF37 – Dentro di te c’è la terra, di Cosimo Terlizzi

Come ritrovare il dialogo con la terra se la nostra immagine digitale è diventata il nostro specchio? Non dovremmo piuttosto riconoscerci nella natura? Questi e altri quesiti hanno spinto Cosimo Terlizzi a proseguire una ricerca durata sei anni, per la realizzazione di un terzo documentario dopo Folder (2010) e L’uomo doppio (2012), mentre altrove girava il film di finzione Dei (2018) per la Buona Onda di Valeria Golino e Riccardo Scamarcio. Dentro di te c’è la terra diventa quindi il nuovo tassello di un puzzle in continuo mutamento, un lavoro concettuale e visivo che il regista pugliese porta avanti ormai da un decennio e che lo ha ricondotto a quella campagna che da giovane aveva abbandonato per cercare se stesso in città, come molti giovani nati e cresciuti in provincia.

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Il film comincia con la cronaca di un viaggio in Sicilia, su un’isola delle Eolie ancora selvaggia e quasi ostile, dove l’artista osserva da una parte l’amica Martina mentre scatta continuamente dei selfie come se fosse ormai parte di una stanca routine, e dall’altra un ragazzo del posto che invece non utilizza i social network e non ne sente il bisogno nel quotidiano. Ciò accade forse perché la sua vita in quel luogo è abbastanza piena di vita da bastarsi a se stessa?

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Allora Terlizzi torna in città, ma non una città qualunque, va a Shanghai. La metropoli è sentita subito come labirintica, mentre il regista trova un momento per scimmiottare la posa dell’autoscatto per meglio comprenderne la trappola. Ed è così che, durante le riprese, in un fluire crudo e istintivo di incontri e visioni, Dentro di te c’è la terra diventa una riflessione sul cercarsi nel mondo, come corpo materico afflitto dalla ragione. Il passo successivo, quindi, non può che essere la riscoperta della campagna, una casetta e un giardino lontano da tutto dove trovare nuove prospettive di dialogo col pianeta.

Rispetto ai lavori precedenti, sempre sviluppati con questo approccio diaristico, nell’ultimo film di Terlizzi non ci sono specchi. Se si toglie quello (non a caso) piccolo e soffocante che si intravede nella sezione siciliana, l’immagine viene riportata alla sua immediatezza e i filtri vengono drasticamente ridotti per dare forma alla necessità di guardare l’altro da noi non di riflesso, attraverso i nostri secolari tabù, ma con un senso più naturale dell’esistenza umana. Il mondo siamo noi, afferma il regista.