#TFF37 – Heimat is a Space in Time, di Thomas Heise

L’incipit a colori dell’ultima opera di Thomas Heise rappresenta – a detta dello stesso regista – l’inizio di una sorta di fiaba. Dai connotati schiettamente tedeschi, come fosse uno dei classici dei mitici fratelli Grimm, derivati dal cuore pulsante della tradizione popolare germanica. Ed è proprio questa tradizione storica, o meglio, l’identità di questo Paese, a diventare motrice e motivazione del documentario Heimat is a Space in Time, che appunto ridiscute per immagini e parole buona parte del Novecento vissuto dalla Germania fino al principio del XXI secolo.

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Thomas Heise inizia il suo portentoso racconto visivo prendendo a prestito una storia di famiglia divisa per capitoli e generazioni. Precisamente la propria, a cominciare dall’incontro amoroso dei suoi stessi nonni, Wilhelm Heise e la scultrice ebrea Edith Hirschhorn, dei quali la voce narrante – quella del regista – leggerà in ordine cronologico stralci di corrispondenza. A partire da questo dato recuperato dagli archivi privati, inizia a comporsi un lavoro che ha del maestoso, che con ritmo deliberatamente ieratico e graduale – quello di un’eclisse – , lascia emergere una vera e propria cartografia storica e umana. Di volti impressi su vecchie fotografie sbiadite, di soldati della Grande Guerra, di luoghi che sono tutt’oggi esistenti seppure attraversati da nuove società in un mondo sottoposto a movimento perpetuo. È come se questo schermo raccontasse – con tutto il tempo di cui necessita – l’universalità storica e politica del mondo, con l’accento posto sul suo sterminio spirituale ed etico. Ma cominciando sempre da una traccia di singolare umanità, della quale conosciamo ora drammi privati e inquietudini esistenziali: loro e nostri al contempo, perché in quegli amori divisi da insormontabili barriere, riconosciamo infine la vera forma della resistenza politica.

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Nelle parole rintracciate in queste lettere la Storia risuona in tutti i suoi orrori come qualcosa che torna ad appartenerci: il terrore della deportazione è vivo e concreto, stampato nero su bianco nelle interminabili liste preparate dai nazisti; le case di famiglia devono essere svuotate; il futuro delle giovani coppie compromesso irrimediabilmente. «Perché dobbiamo vivere proprio in questo tempo? », si chiedono continuamente i protagonisti del racconto. Ma la loro sorte sarà anche quella dei loro figli, mittenti e destinatari di mille altre lettere di un’altra epoca – quella dei genitori di Heise, Wolfgang e Rosemarie – che sembra quasi la copia inasprita della precedente. In questo album di memorie dolenti testimoniate dalla voce narrante del cineasta, non ci sono fantasmi a popolare lo schermo in bianco e nero. Ci sono treni in corsa, stazioni metropolitane, autostrade frantumate, edifici fatiscenti, macerie accatastate. E poi parole dappertutto, quelle che parlando della natura umana, di Strindberg, Brecht, Borges, Müller. E c’è soprattutto il coraggio dell’amore e quello di un’immagine politica che non smette di processare lo spazio nel tempo. Thomas Heise continua in questo a dimostrarsi osservatore radicale all’interno del suo panorama di riferimento, risoluto come non mai nelle scelte estetiche di quello che ha tutte le sembianze di un manifesto dell’Europa di ieri e di oggi.

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