#TFF37 – Il grande passo, di Antonio Padovan

Come già accadeva in Tito e gli alieni, l’equilibrata commedia di Paola Randi, anche in Il grande passo, lo spazio celeste diventa il rifugio privilegiato di chi non ha più nulla da sperare e da amare su questa terra. Dario Cavalieri (Giuseppe Battiston) vive in un profondissimo nord che neppure le mappe lo riportano, è un solitario, ma è anche quasi ingegnere aerospaziale e progetta di andare sulla luna. Suo fratellastro, Mario è invece un bonario commerciante di ferramenta a Roma. Le loro vite si riuniranno dopo anni ed entrambi scopriranno il valore della fratellanza e la verità su un padre che dire distratto è dire troppo poco. Ma forse è anche un po’ tardi per i rimpianti, perché il razzo di Dario è già sulla rampa di lancio.
Forse il pregio maggiore del film, in concorso al festival, è quello di non volere mai essere di troppo, oltrepassare quel limite quasi naturale che la sua natura di piccola commedia, pienamente iscritta a quel cinema che l’Italia ha costruito sui suoi difetti e sui suoi inconfessati desideri, gli impone. Il grande passo non chiede di essere nulla più di quello che è, un piccolo film sul disagio dell’esistenza, una piacevole e originale divagazione, acuta e per nulla banale sulla necessaria fuga da un ambiente ostile e sulle radici di una vera complicità familiare. È il personaggio di Battiston, nella sua centralità, a diventare pietra dello scandalo nel minuscolo centro della provincia, la sua vita solitaria e staccata da ogni bene di consumo, lo allontana da ogni consesso sociale. Dario, con la sua diversità, non vuole partecipare al mondo e cova la speranza che qualcosa di straordinario avvenga per una rivincita su un mondo sordo, distratto e malevolo. In questa prospettiva, Antonio Padovan costruisce un film di caratterizzazioni e di bonari provincialismi e Roberto Citran, Giuseppe Battston e Stefano Fresi diventano i volti di una eterna galleria di maschere e personaggi che popolano la nostra provincia oltre che il necessario sale della vicenda, restituendo così un volto reale ad un’Italia sommersa, ma reale. Un’operazione, quella di Padovan (Finché c’è prosecco c’è speranza) che ricorda quelle già compiute in quegli stessi luoghi da Carlo Mazzacurati che resta indimenticabile per la capacità che aveva di entrare nello spirito di quei personaggi. Ma Padovan, compie un’operazione pienamente sua in cui il tratto umano della vicenda resta evidente e consente che il cinema si faccia portatore di una leggerezza in cui decanta il disagio della diversità e nel quale l’indelebile memoria infantile si fa marchio preciso e permanente per la vita futura. Forse Padovan non affonda troppo la mano, non colpisce duro, ma in questa “omissione” sta probabilmente uno dei pregi del film che riconquista una sua cattiveria con una certa trasversalità di sguardo che lo caratterizza, che finisce per diventare elemento distintivo.
Il grande passo conferma, ancora una volta, la vocazione che il nostro cinema ha per la commedia che, come sempre, quando lavora entro i limiti del genere e non ha alcuna voglia di eccedere, misurandosi, piuttosto, con un principio di semplicità narrativa, sa cogliere nel segno e sa offrire un credibile spaccato di cattiveria e bonomia che attraversa il carattere italiano la cui narrazione sentiamo che ci riguarda e per questo ci piace.

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