#TFF37 – Knives Out, di Rian Johnson

La tazza di thé con la scritta “la mia casa, le mie regole il mio caffè”. Che compare all’inizio e alla fine del film. Quasi un passaggio di consegne, un testamento. Ma anche un oggetto simbolico. Che rimaanda a un giallo vecchia maniera. Dove l’omaggio di Rian Johnson è esplicito. Nei confronti di Agatha Christie. Ma anche in alcuni tempi cinematografici dilatati. Sul ribaltamento delle situazioni. Sul colpo di scena. Sul mostrare più volte dei flashback collegati con la scena del delitto sotto diverse angolazioni per rimettere la storia in discussione.

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Harlan Thrombey (Christopher Plummer), un ricco scrittore di gialli, viene trovato morto dopo la festa per i suoi 85 anni. Inizialmente si pensa a un suicidio. In realtà ognuno dei familiari aveva interesse ad ucciderlo per impossessarsi dell’eredità. A cominciare dai figli Linda (Jamie Lee Curtis) e Walter (Michael Shannon) fino alla nuora Joni (Toni Collette)-il detective privato Benoit Blanc (Daniel Craig) indaga sul caso. E tra i sospettati c’è anche l’infermiera Marta (Ana de Armas) che deve tornare alla villa di famiglia per essere interrogati.

Il cinema di Rian Johnson è un mutante. Sembra adattarsi ai generi. Ma in realtà è il suo sguardo che se ne impossessa vampirizzandoli. Più identità. Capace di caratterizzare anche Star Wars: Gli ultimi Jedi (tra i migliori degli ultimi della serie) con quel sentimento di perdita che sembra essere ormai uno dei motivi ricorrenti della sua filmografia. E quel vuoto caratterizza anche le diverse reazioni dei personaggi di fronte alla morte dello scrittore di Knives Out. Inoltre il ‘viaggio nel tempo’ del notevole Looper – In fuga dal passato, qui sembra replicarsi in un salto indietro. In un cinema che sembra degli anni ’70. Dove Daniel Craig può sembrare la reincarnazione dei Poirot di Albert Finney in Assassinio sull’Orient-Express e di Peter Ustinov di Assassinio sul Nilo. Ma che privilegia prevalentemente l’unità di luogo (la villa di campagna) per esplorare tutte le possibilità e le traiettorie dello spazio della scena. La citazione diretta della signora Fletcher di La signora in giallo è già un rimando preciso. Quando lo scioglimento dell’intrigo avviene in un interno con tutti i personaggi raggruppati. Ma il modo di mostrare il rapporto tra il luogo e i numerosi personaggi guardano ancora alla classicità di un giallo vecchia maniera. Da Signori, il delitto è servito a Gosford Park. E se Knives Out fosse stato girato contemporaneamente a aquesti due, non se ne sarebbe vista la differenza. E, fatto non trascurabile, sarebbe stato superiore ad entrambi.

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C’è un virtosismo nella scrittura di Rian Johnson (che è sempre stato sceneggiatore dei suoi film) dove ogni elemento è al posto giusto e i dettagli, anche quelli minimi, rivestono un’enorme importanza. Dai flaconi delle medicine, al fango secco sul tappeto alla piccola goccia di sangue sulle scarpe di Marta. L’intrigo viene mostrato con una precisione matematica. Ognuno, potenzialmente potrebbe essere il colpevole. E tiene incollati allo schermo perché, pur in un ritmo anche più lento a cui non sembra essere più abituati, non ha neanche un attimo di cedimento. Ma la cosa nuova, sorprendente, del cinema di Rian Johnson, è la sua componente più comica. Knives Out è pieno di trovate riuscite. Con situazioni che si ripetono come quella di Marta che vomita ogni volta che dice una bugia. Con la caratterizzazione di personaggi secondari come il nipote sedicenne nazi. Con battute che non lasciano scampo (“Non sono i nostri libri figliolo, sono i miei libri” dice Christopher Plummer a Michael Shannon). E con una scena irresisitibile, che avrebbe potuto continuare anche di più come la lettura del testamento.

Certo, nei gialli contano le facce. E ognuno dei personaggi ha quella giusta. Più che quello che dicono, restano le espressioni, per esempio, di Daniel Craig, ancora in una sorprendente prova che rovescia gran parte dei suoi ruoli del passato. Ma anche le smorfie di Jamie Lee Curtis, Michaekl Shannon, Toni Collette, Chris Evans, Don Johnson e Katherine Langford. Ma a sorprendere maggiormente è Ana de Armas. Dopo Joi in Blade Runner 2049 l’attrice e modella cubana è decisamente in ascesa. Il suo faccia a faccia con Daniel Craig mostra tutto il talento dei due interpreti. Ma anche di Johnson a dirigere un film al tempo stesso corale ma anche più privato. E conferma che la formula funziona se succede lo stesso anche la storia e gli attori. Nulla deve essere lasciato al caso.

 

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