#TFF37 – Le choc du futur, di Marc Collin

Nel 1978 il mondo aveva cominciato ad andare veloce e la musica non stava a guardare. La straordinaria stagione del rock, con tutti gli eccessi al seguito, era giunta agli sgoccioli e sulla scena si affacciavano ritmi e sonorità sintetiche, sgocciolanti di note ripetitive ed ipnotiche che scandiscono il tempo dell’elettronica. Ana, interpretata da Alma Jodorowsky, nipote del celeberrimo artista cileno Alejandro, è una ragazza di Parigi che, agli albori di una nuova epoca di lì a venire, vuole trovare riconoscimento in ambito musicale. Chiusa dentro un appartamento con una strumentazione all’avanguardia composta di giganteschi sintetizzatori, sequencer e drum machine compone dei pezzi e sogna di ottenere un giorno il lasciapassare per il grande pubblico. Il film riassume sogni, speranza e delusioni attraverso il resoconto di una giornata, a partire dal risveglio fino a notte inoltrata. Ed il mondo di Ana diventa il punto di congiunzione di intere generazioni grazie ai personaggi che vanno a farle visita, connesse dal filo conduttore dell’universo discografico, dal tecnico specializzato, alla cantante, dal produttore, al fervente appassionato di dischi, desideroso di farle conoscere nuovi sound di tendenza.

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La contrazione dentro un intervallo così breve restituisce l’esempio di un presente ormai destrutturato, frenetico e destinato a stabilire la linea dell’orizzonte sempre meno lontana. Peccato che ogni passo in quella direzione fosse vano e quanto sembrava vicinissimo agli occhi risultasse in realtà sfuggente ed illusorio, un miraggio. Questo cambio di percezione abbracciò i vari campi dell’attività umana, e costrinse a riprogrammare in toto attività e progetti. Una volta venute a mancare la basi e la possibilità di immaginare a lungo termine, tutto si concentra in una piccola porzione di esistenza che deve continuamente reiventarsi. La giornata di Ana non è altro che il resoconto di questo cambiamento, una sostituzione di elementi improvvisamente scoperti obsoleti sotto una nuova luce, che illumina gli altri rendendoli bellissimi ed innovativi.

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Marc Collin, conosciuto principalmente come musicista e fondatore del gruppo Nouvelle Vague, realizza il suo primo lungometraggio da regista, ma vanta all’attivo molte esperienze come compositore ed autore di colonne sonore per il cinema e la televisione. Logicamente per l’esordio sceglie una soundtrack da capogiro, inserisce nomi passati alla storia come i Throbbing Gristle, lascia spazio insomma a tutta l’esperienza accumulata nel campo musicale per ricostruire le atmosfere, e si serve di una color palette dai toni caldi per la fotografia, con un rosso preponderante, per ricreare gli ambienti. Se non bastasse questo a rendere l’idea di una frattura e per sottolineare maggiormente la fase di transizione declina il messaggio al femminile, relegando le parti maschili a comprimari d’intralcio, abituati ad una donna ripiegata su sé stessa, o nel migliore dei casi d’ausilio, intercettando gli umori del contemporaneo.