#TFF37 – Lontano lontano, di Gianni Di Gregorio

Trastevere continua ad essere il centro del mondo di Gianni Di Gregorio. Con il bar San Callisto, il tabaccaio con i gratta e vinci e Porta Settimiana come confine. Ogni spostamento fuori quel perimetro è come un viaggio. Lontano lontano, appunto. Come quello in autobus a Tor Tre Teste. Con un asino vicino alla fermata.

Stavolta Gianni è il Professore. Un uomo di circa 70 anni, ex-insegnante di latino e greco. Si incontra sempre al bar con il suo amico Giorgetto (Giorgio Colangeli). La loro pensione è sempre più povera e le loro giornate spesso monotone. Decidono così di dare una svolta alla propria esistenza e di andare a vivere all’estero. E le loro strade si incrociano con quelle di Attilio (Ennio Fantastichini, qui al suo ultimo film), un rigattiere che vorrebbe riprovare l’ebbrezza delle sue esperienze di quando erano giovani. Dopo aver analizzato alcuni posti, la loro scelta sembra orientarsi sulle Azzorre.

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Dal lunedì alla domenica. Dove la quella trasparente gentilezza del cinema di Di Gregorio stavolta, rispetto al passato, sembra farsi più cupa. Da Pranzo di Ferragosto è ancora inscindibile il legame del suo personaggio con il luogo. Dove le azioni sembrano accadere per caso. Limite e insieme fascinazione del suo cinema. Lontano lontano è un film che parla delle difficoltà economiche, della vecchiaia, della voglia ma anche della mancanza di coraggio di cambiare. Mostra con garbo ma stavolta anche con un sottile scatto di rabbia l’indifferenza verso un’età dove si è sempre più invisibili: l’unico sportello aperto all’ufficio postale che poi chiude, l’arroganza del dipendente del PSN (Previdenza Sociale Nazionale) nei confronti di Giorgetto, la scena in cartoleria in cui solo il Professore non riesce a leggere le fotocopie. Mostra però, al tempo stesso una Roma fuori tempo, migliore di quella che è. Con un affetto, un’illusione simile a quella di Jacques Tati prima della modernizzazione. Un sentimento che Di Gregorio sembra condividere soprattutto con il cinema di Verdone. E che stavolta, rispetto ai suoi precedenti tre lungometraggi, pur nella sua caratterizzante esilità diventa ancora efficace e urgente rispetto a cinque anni fa, l’anno in cui il regista e attore aveva realizzato l’ultimo film prima di questo, Buoni a nulla. Con una comicità appena abbozzata, sempre al limite tra la realtà e l’essere astratta. Come nella scena davanti a Roberto Herlitzka che cerca ai tre personaggi il miglior posto dove andare a vivere. Perché più delle scene, ciò che fa ridere è soprattutto la reazione del Professore, Attilio e Giorgetto rispetto a ciò che succede davanti a loro.

Lontano lontano è uno sguardo che vola da un’altra parte. Sembra in un altro spazio. Forse è in un altro tempo. Pieno di un’umanità semplice e vera. Come quella nei confronti di Abu, un ragazzo del Mali che va a farsi la doccia a casa di Giorgetto. O in quella scena al mare tra Attilio e la figlia. Con Fantastichini e Colangeli intensi e carichi di vitalità. E quella dei tre protagonisti richiama quella dei tre pensionati che decidono di fare una rapina in banca in Vivere alla grande (1979) di Martin Brest. Nonostante le difficoltà di tutti i giorni. Alla fine basta poco. Una bottiglia di vino, un po’ di carne alla brace e ancora la voglia di stare insieme.

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