#TFF37 – Nour, di Maurizio Zaccaro

L’isola di Lampedusa è finita alla ribalta della cronaca in questi ultimi anni per essere una delle porte d’ingresso dei migranti verso l’Europa, la punta dell’Italia più vicina ad un continente, l’Africa, ridotto dalle mille guerre ad essere un territorio ostile dal quale bisogna scappare, e crocevia di un movimento di uomini che arrivano anche dalle zone limitrofe come la Siria o l’Afghanistan per provare ad imbarcarsi. Nour di Maurizio Zaccaro tenta di fare luce su una delle tragedie dei nostri tempi, esseri umani in fuga attraverso il mare e che in quel mare spesso trovano la morte, in balia di trafficanti senza scrupoli e l’indifferenza dell’opinione pubblica, quanto non vero e proprio astio, alimentato da politici in cerca di consenso. Nour è una ragazzina siriana, costretta dagli eventi bellici a lasciare la casa dove è nata. Durante un viaggio pieno di pericoli perde contatto con la famiglia e arriva appunto a Lampedusa, dove un medico, Pietro Bartolo, interpretato da Sergio Castellito, la prende a cuore e tenta di tutto per aiutarla, trasgredendo alla routine impersonale applicata solitamente.

Nasce da una vicenda vera, tratta da un romanzo, Lacrime di sale, scritto proprio dallo stesso dottore, Pietro Bartolo, che da anni porta soccorso alle persone recuperate in mare, colpite da ipotermia e spesso contagiate dalla scabbia. Un dottore che non riuscirà mai a diventare indifferente davanti ai sacchi allineati dei cadaveri, con una missione, lungo quel 35 parallelo che non riesce proprio ad abbandonare, perché “quando nasci su un’isola non puoi vivere da nessuna parte”. Nour è legalmente una minore non accompagnata, destinata a finire in una struttura protetta, mentre lei non vorrebbe altro che tornare in Libia per cercare la madre, Fatima. E quello che vede intorno è soltanto un mondo senza senso, senza appetito. Co-protagonisti del film sono una giornalista che arriva al centro di accoglienza per intervistare Pietro, e poi, colpita dagli avvenimenti, resta essa stessa per aiutare la ragazza, e poi Hassan, un uomo che nel tentativo di raggiungere una nuova vita ha perso un figlio, e lo ritrova dietro un’etichetta identificativa, la 209. Numeri, un cimitero pieno di croci senza nome, questa è la fine di tanti disperati scomparsi senza lasciare traccia, la totale cancellazione dell’identità, la perdita del diritto all’esistenza.

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Il film di Zaccaro, che omaggia nei titoli di coda Ermanno Olmi e ha uno stile molto televisivo ed un linguaggio da fiction, segna il ritorno alla collaborazione tra il regista e Castellitto dopo il successo ottenuto con il precedente Il sindaco pescatore (2016) andato in onda proprio sul piccolo schermo. E segna anche il ritorno ad un tema, quello dell’immigrazione, già affrontato nel lontano 1994 con L’articolo 2, dove viene declinato dal lato dell’integrazione. Il film rifugge ogni tipo di retorica, prende ad esempio una singola storia per diffondere un modello di umanità oscurato dalla propaganda odierna, fatta di odio e pregiudizi pilotati ad arte. L’orrore ha bisogno di testimoni dice ad un certo punto Castellitto. Non servono grandi artifici tecnici o estetici, una fotografia appariscente, una colonna sonora importante, anche se trova un piccolo spazio la musica graffiante di James Senese, il segnale di aiuto si propaga ugualmente molto forte, bastano gli occhi di Linda Mresy ed il coraggio di un uomo che, anche se stremato dagli eventi, non vuole dirsi sconfitto.