#TFF37 – Raf, di Harry Cepka

Non è certo l’originalità il tratto distintivo di un film come Raf, che, come da noi, sta per Raffaella, poiché di storie su una ragazza un po’ impacciata e un po’ “svitata”, ma piena di umanità e sensibilità, adattabile a mille lavori per sbarcare il lunario e che la gente pensa di potere sfruttare o prendere in giro, ne abbiamo viste tante e il film non fa che aggiungersi alla lista di questo cinema che affonda le radici nella profonda provincia americana dove la varietà delle tipologie umane si fa notevole e più dure diventano le relazioni per le inevitabili e proverbiali chiusure mentali dei suoi abitanti. Le cose non mutano se invece degli Stati Uniti spostiamo i fatti in Canada.

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La complicazione che il giovane regista canadese inserisce nella storia della sua protagonista , inventando il tratto distintivo del suo film, è l’amicizia con Tel una coetanea spigliata e sicuramente dotata di un particolare carisma, pronta a difendere se stessa e Raf da ogni offesa, sopruso e insinuazione che il mondo insensibile rivolge verso le donne e verso di lei in particolare. Così Tel si insinua lentamente nella vita di Raf giudicando le sue scelte, inducendola a lasciare il suo ragazzo che considera inadeguato e in altre parole vorrebbe “educarla” e salvarla da quello che considera il “disastro” della sua vita.
Ecco è questa la variante che Harry Cepka ci propone ed è su questo che va misurata l’efficacia della sua ricerca per un cinema che sembra volere ricalcare registri del cinema indipendente e che muove da istanze sociali non banali che fanno capo ad una certa mentalità snobistica che ritiene di dovere diffondere una verità e uno stile di vita che costituirebbe una specie di elevazione sul piano sociale e soprattutto culturale. Un pensiero che sembrerebbe volere promuovere una specie di evoluzione sociale fondata soprattutto su una capacità di selezionare le cose buone e quelle cattive del mondo e affrontare con questa verità in tasca, la vita. Ma Raf non appartiene a questa classe sociale, lei non è ricca come Tel e non ha un fratello così antipatico e supponente come quello di Tel e quindi non è figlia di questo pensiero e il suo adattamento al mondo è spontaneo, vero, terreno e privo di qualsiasi sovrastruttura mentale che invece appartiene alla classe sociale di Tel.
Raf si fa così racconto di un eterno presente, di una condizione della vita, di una costante instabilità e inaffidabilità dei rapporti umani quando si fanno troppo invadenti, Raf è un film sulla sincerità tradita, sull’abuso di una supremazia che si esercita sull’altro che non appare certificata da nessuno, ma solo autoproclamata. Il regista lavora con efficacia sul suo personaggio insistendo sui suoi tratti goffi, sulla sua innata capacità di imitare persone e tratti umani, ma nel pensiero di Tel, che sfrutta e ridicolizza in una sequenza in cui emerge questa specie di cattiveria suprematista, tutto questo diventa solo un altro modo per mettere in mostra i limiti di Raf, secondo quel pensiero apparentemente evolutivo salvifico, ma solo presuntuoso e segno di una dominazione che comincia con il possesso della altrui volontà.
Il film si fa complesso e smette di essere la fotografia della provincia, smette anche di diventare il ritratto di una ragazza un po’ disorientata, ma con una precisa idea di vita nella testa, per diventare una riflessione non trascurabile sulla socialità, su un pensiero che si di sopraffazione, sulla violazione della propria personalità, diventando la radice di quella esportazione della democrazia che tanto male ha fatto al mondo. Sotto altri versi, ma nella stessa direzione, una decina di anni fa aveva lavorato Mike Leigh con il suo un po’ incompreso Another Year che inspiegabilmente quell’anno non vinse il festival di Cannes. Raf con una sua innata semplicità si fa portatore di quelle stesse istanze, viaggiando nella stessa direzione ostinata e contraria.