#TFF37 – Sofá, di Bruno Safadi

Il Brasile torna a fare parlare di se e, come già in passato, un clima di turbolenza caratterizza l’immenso Paese sudamericano. Tra scontri politici e questioni legate ai mutamenti climatici i brasiliani sembrano avere perduto la loro proverbiale lentezza per approdare ad una più vigorosa attenzione verso questi temi. È in questo ambiente che matura l’esperienza di Bruno Safadi regista di Sofá, ma già collaboratore di Julio Bressane e sicuramente esponente di quel cinema brasiliano che torna a fare parlare di sé. Selezionato per la sezione Onde, Sofá è una specie di parabola laica sul potere. Giovanna d’Arco è un’insegnante che è stata espropriata della casa da parte dei politici di Rio de Janeiro. Con l’aiuto di un ragazzo che si definisce pirata recupererà il suo sofà che giaceva in fondo al mare. Attraverserà la città in guerra tra rivoltosi ed esercito che si combattono armi alla mano e con l’aiuto del pirata trasporterà anche il divano. Incontrerà il sindaco che sembra darle ascolto e le restituisce la casa e il suo giardino, ma i due diseredati saranno costretti ad ingaggiare una lotta contro i poteri costituiti e saranno traditi dall’arroganza del potere.
Il racconto di Safadi è lineare nello sviluppo, ma ciò che interessa non è tanto l’assetto narrativo, il procedere della trama, che diventa solo un pretesto per esprimere un profondissimo dissenso sulla gestione politica e più largamente sull’abuso di ogni potere, quanto, piuttosto le forme attraverso le quali queste idee e la narrazione sono messe in scena. In realtà il film sembra appartenere ad un’altra epoca, a quella in cui il cinema latino-americano manifestava esplicitamente le proprie idee senza doverle seppellire sotto coltri di metafore o doverle paludare per non disturbare chi manovrava le leve del potere e quindi partecipava attivamente alle rivolte del pensiero che attraversavano il continente. Il prosciugarsi progressivo della ideologizzazione anche del cinema, con quel processo globale che ha trasversalmente attraversato ogni Paese, ha indirizzato le forme narrative del cinema verso altri versanti, con altri sguardi e altre prospettive e quindi il cinema si è magari fatto portatore di disagi, ma non di una così esplicita volontà di partecipazione al conflitto di idee che la politica induce a produrre.

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Safadi con un film sicuramente coraggioso compone una specie di collage visivo che riproduce, nella sua semplicità comunicativa, la composita realtà che vive la sua Giovanna d’Arco combattente e vittima sacrificale di una lotta contro un sistema autoreferenziale e privo di ogni umanità e soprattutto ingannevole e inaffidabile oltre che profondamente violento. Sofà ci riporta con il pensiero ad un passato cinematografico che Safadi ci fa sentire sempre attuale ed ancora efficace. Nella sua semplicità di racconto che si dipana attraverso forme e strutture composite, Sofá si presenta sicuramente come la parabola laica contro il potere di cui si diceva, ma anche si offre anche come una specie di omaggio ad un cinema dei padri, a quella storia del passato che sente di dovere riproporre, nel presente, quegli stessi temi, per un nuovo cinema che rompa le convenzioni, si allontani dalle vicende personali e ricominci a viaggiare tra i sogni e le speranze e i desideri traditi di un intera collettività.

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