TFF37 – Un confine incerto, di Isabella Sandri

In un’epoca in cui il tema dei confini e della loro difesa costituisce il centro del dibattito politico, Isabella Sandri, con la collaborazione alla scrittura di Giuseppe Gaudino, consegna al circuito del cinema questo suo racconto che, partendo da una acquisita abolizione di ogni confine che diventa anche struttura mentale e in cui la lingua si atteggia a manifestazione esteriore di un più generale approccio alla libera circolazione tra gli stati europei, rivolge il suo sguardo verso la violazione dell’infanzia, la pedofilia e l’orrore che ne deriva.
Richi, che viaggia in camper conducendo una vita sregolata, in Alto Adige ha rapito la piccola Magdalena. La utilizza per sfruttarla nella rete della pedofilia. Intanto Milia poliziotta rumena, aiutata dal sostegno psicologico di Paola, indaga sui fatti.
Il film di Isabella Sandri non si serve di metafore, simbolismi o altre forme retoriche della narrazione. Il suo è un narrare piano, preciso, puntuale, inappuntabile, con un racconto che procede con i minimi sobbalzi e colpi di scena che ben si assimilano all’interno dell’impianto generale del film. In questa parabola di assestamento narrativo senza scosse, ha forse contribuito la produzione di Rai Cinema che sembra avere ricondotto il film all’interno di una conosciuta forma fiction che da sempre offre frutti di stabile qualità per il pubblico televisivo. Se un appunto, infatti, va fatto al lineare Un confine incerto, è proprio quello di non sorprendere mai lo spettatore, di non condurlo mai là dove egli stesso non abbia già compreso di dovere andare. Fin dalle prime inquadrature, fin dalle prime battute, il film ci riporta all’interno di un meccanismo ben noto, in cui la fine sembra essere già segnata e si tratta solo di aspettare che la linea retta del racconto ci conduca verso la sua soluzione.
Ma detto questo non vi è dubbio che Un confine incerto decida di affrontare un tema scabroso e sempre pericoloso come la pedofilia e decida di farlo intersecando l’internazionalità del crimine, come effetto collaterale di una globalizzazione più generale che assorbe nel suo infinito disegno anche quello della criminalità della rete, innanzitutto, ma che ha anche allargato i confini rispetto agli effetti di una criminalità più classica e sempre in attività; ma lo abbia fatto anche incrociando una certa positiva confusione di lingue e territori che vanno dal ladino al rumeno e dal tedesco all’italiano declinato, nel film, nelle varie inflessioni, tante quanti sono i personaggi sia di primo, sia di secondo piano e quindi dall’accento siciliano a quello napoletano e poi ancora più a nord.

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È qui che forse il discorso dell’autrice – che di confini se ne intende avendo girato nel 2004 sul confine tra Messico e Stati Uniti, Maquilas – vuole farsi più complesso e più articolato, proprio in questa miscela di lingue, di tradizioni e davanti ad una specie di improvvisa tempesta che sembra scuotere tutto e tutti e arriva fino al maso più sperduto dove, si pensa, si possa condurre una vita tranquilla che davvero tranquilla non è mai. La piccola Magdalena, dai grandi occhi sgranati, vittima di un balordo, pedofilo e ubriacone e preda di personaggi oscuri che trafficano nel web, il luogo senza confini per antonomasia, una specie di terra di tutti e quindi nessuno, è stata rapita in cima ad un collina dove i genitori lavorano come contadini, tra i prati perfetti dell’Alto Adige. Il confine incerto diventa quindi proprio questa, l’incertezza dalla quale ci si sente circondati, con la consapevolezza che nessun confine potrà proteggerci e che, anzi, il male, la favola oscura che ha affascinato la piccola vittima, sembra poterci aggredire la dove nessuno si aspetta, a dispetto di ogni barriera, anche nel luogo più remoto e dimenticato, la dove anche i linguaggi e le lingue devono essere decifrate e dove sembra impossibile che il male possa avere profitto su di noi.

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