#TFF37 – Vaccini. 9 lezioni di scienza, di Elisabetta Sgarbi

Elisabetta Sgarbi, dopo le incursioni artistiche dei suoi ultimi lavori per il cinema e i tentativi, solo in piccola parte riusciti, di fiction cinematografica, approda ad una nuova esperienza che sta in quel luogo che si trova al confine tra la divulgazione didattica e il documento scientifico, peraltro, quel luogo in cui il cinema si fa veicolo, strumento e solo puro dispositivo di registrazione, ma senza che gli venga attribuito, almeno apparentemente, alcun particolare protagonismo. Eppure, in questa combinazione di elementi che in Vaccini. 9 lezioni di scienza, convergono e si armonizzano, anche il cinema, per sua naturale vocazione acquista quel ruolo di protagonista o almeno di comprimario.
Il film è formato dagli interventi di nove personalità della scienza e del pensiero, i cui nomi vale la pena di ricordare: Alberto Mantovani, Andrea Biondi, Emanuele Coccia, Pietro Bartolo, Massimo Cacciari, Anna Maria Lorusso, Gianpaolo Donzelli, Chiara Azzari e Roberto Burioni, i quali, ciascuno, per poco meno di dieci minuti, entrano nel merito della vaccinazione riflettendo, se medici, sulla necessità della sua pratica a difesa di una più generale immunizzazione che preservi, ad esempio, chi non si può vaccinare, per ragioni di salute oppure ragionando, se teorici e pensatori, sulle questioni che attengono al primato della scienza contro ogni forma di cosiddetta post verità che, frantumando i punti di vista e le opinioni, anche quelle non scientifiche, moltiplica le verità superando ogni principio di competenza e scientifico con l’esaltazione delle ragioni dell’incompetenza; oppure ragiona sulle mille falsità che riguardano la diffusione di malattie a causa di una immigrazione selvaggia, o meglio così presunta, e di una conseguente invasione che in effetti non esiste. La macchina da presa con la sua stabilità riprende frontalmente gli interlocutori registrando (forse in un unico ciak) i rispettivi interventi.
Il film è destinato, per sua naturale vocazione, ad un distribuzione televisiva oppure diretta ai luoghi della didattica e con la sua inappuntabile pulizia di impianto e di visione, nel rappresentare la scienza o il pensiero come fatti e costanti di una quotidianità ineludibile, conferma la necessità di una sempre e costante informazione sulle questioni che come questa, coinvolga il pensiero scientifico e quello più strettamente umanista con lo scopo di una riaffermare, su argomenti come questo, i valori culturali non sostituibili da alcuna pratica dettata dalla tradizione, dalla intuizione o peggio dall’incompetenza come forma addirittura esemplare di ragionamento e di soluzione.
È quindi del tutto comprensibile che il film di Elisabetta Sgarbi sia di parte e riaffermi tutti questi valori, ma lo fa attraverso la messa in pratica e non in virtù di una vuota enunciazione, ciò non toglie nulla a qualsiasi confronto dialettico a patto però che utilizzi gli stessi strumenti: la scienza e il pensiero. In questo un’ulteriore merito va dato al lavoro di Elisabetta Sgarbi, quello di avere offerto, nonostante la forma apparentemente chiusa del film, un’opera aperta, un’occasione di dialettica scientifico – filosofica, una vera arena, ipoteticamente implementabile sia da tesi che riguardino questo stesso argomento, sia da altri in cui finalmente la scienza e la filosofia e ove occorra anche altre discipline, possano aprirsi un varco tra chi deride la cultura, tra chi pensa che chiunque possa fare tutto, compresa la politica, perché basterebbe l’onestà, tra chi, magari, pensa che terra è piatta o chi e conferma a gran voce che non è vero che ci sia un’emergenza climatica.

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