#TFF38- Incontro con Toni D’Angelo e il cast di Calibro 9

Il sequel fuori concorso di Milano Calibro 9 ha sollevato riflessioni sulla definizione di film di genere, sui rapporti familiari, sul peso di avere un cult come punto di partenza.

“In più di 40 anni la criminalità organizzata non è cambiata per niente, anzi si è solo sviluppata e ha messo in atto differenti modalità” ha affermato Toni D’Angelo in apertura della conferenza stampa dedicata al suo nuovo lungometraggio, sequel di Milano Calibro 9diretto da Fernando Di Leo nel 1972 e amatissimo fra l’altro, da Quentin Tarantino. Insieme a lui Alessio Boni e Marco Bocci (parte del cast in cui figura anche Michele Placido) e Gianluca Curti, nella doppia veste di produttore e sceneggiatore. Curti è il figlio di Ermanno, storico produttore del film degli anni ’70. Ed un altro filo diretto tra le due pellicole è anche la presenza nel cast di Calibro 9 di Barbara Bouchet che riprende il ruolo di Nelly Bordon, quasi cinquant’anni dopo.

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Alessio Boni al quale è stato affidato il ruolo del commissario Valerio Di Leo, si è dichiarato entusiasta del film proprio perché nel suo trattare il rinnovamento della malavita, in realtà va proprio a sottolineare come pur variando nella forma, resti intatta nella sostanza. L’attore ha inoltre apprezzato il fatto che il suo personaggio “non sia né bianco, né nero”, sia insomma sporcato dall’ambiente in cui si trova a lavorare, pur facendo parte delle forze “buone”. Boni sottolinea infatti che come dicevano Falcone e Borsellino “la mafia non va solo odiata, ma va anche amata per poter essere compresa e sconfitta” e che quindi un personaggio per essere vero, deve in fondo rappresentare anche questo umano bivio interiore come quello che emerge nel commissario Di Leo, il quale all’interno del film prende anche strade “fuori dal comune”.

Marco Bocci, che veste i panni di Fernando Piazza, figlio dei protagonisti di Milano Calibro 9 Ugo Piazza (Gastone Moschin) e Nelly, appunto Barbare Bouchet, ha invece dichiarato di pensare che secondo lui il film di D’Angelo entra perfettamente all’interno della categoria “film di genere”, aggiungendovi però qualcosa in più, rispettando la drammaturgia del film di partenza a cui imprime la contemporaneità. Inoltre Bocci ha fatto notare come la tematica tanto cara al cinema di “padri e figli” sia una parte fondante della psicologia alla base di Calibro 9. “I figli vivono spesso i genitori con distacco, giudicandoli con odio per quello che hanno rappresentato, e questo accade anche a Fernando, ma poi molto spesso si ritrovano ad essere molto più simili al loro padre di quanto credessero e quindi si crea un grande conflitto fra ciò che si realizza di essere e ciò che invece si pensava di essere”.

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Sempre riguardo al concetto di “film di genere” Gianluca Curti ha spiegato come in passato questo abbia avuto difficoltà ad entrare all’interno dei circuiti dei festival, ma sia sempre servito a far “pareggiare i conti” poiché sempre funzionante al botteghino. Curti ha concluso augurandosi che gli spettatori percepiscano come Calibro 9 abbia funzionato ad aggiornare alcuni aspetti del genere, pur dovendosi scontrare con la quasi sacralità di Milano Calibro 9, a cui il film firmato D’Angelo sembra aver reso omaggio con i dovuti crismi.

 

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