#TFF39 – Intervista a Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

I due registi romani presentano il loro documentario dedicato a Lucy Salani, donna trans ultranovantenne sopravvissuta a Dachau.

Matteo Botrugno e Daniele Coluccini hanno raccontato a Sentieri Selvaggi il loro nuovo lungometraggio, C’è un soffio di vita soltanto, che uscirà nei cinema il 10 gennaio 2022 e che racconta una storia molto particolare.

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Nel vostro film ci sono tantissime narrazioni potenziali e parallele: la questione dell’identità di genere, l’aver vissuto i prima persona l’orrore di Dachau, l’anzianità. Oltre a questi tre grandi temi, c’è la storia di un abuso, l’esser sopravvissuta a sua figlia e persino l’inserimento del Coronavirus nella sua prima fase, quella in cui nessuno ne avrebbe immaginato la portata. Tutti questi fili da organizzare, come avete deciso di gestirli?

Coluccini: Abbiamo tagliato tantissimo. Abbiamo iniziato con Lucy credendo di parlare sostanzialmente di una persona che era stata deportata. Poi ci siamo accorti che c’era molto di più. Lucy aveva da raccontarci di tante identità, tante storie racchiuse nel suo corpo. Tutte queste storie hanno lei come protagonista, ma raccontano sostanzialmente il Novecento. Non è stato semplice gestire tutto questo materiale, ma abbiamo voluto mantenere una narrazione che fosse un po’ cinematografica, cercando di dare allo spettatore ogni tanto degli appigli, ma poi di riprendere i discorsi, lasciando un po’ di curiosità. Ad esempio quando Lucy parla di sua figlia per la prima volta, non si sa bene come collocarla, poiché si è appena saputo che lei è una persona transessuale. Quindi abbiamo cercato di fare un grande affresco e come in un grande quadro si può decidere di guardare un particolare che racconta una storia.

 

Lucy è straordinariamente lucida. Riesce a raccontare in prima persona tutta la sua vita, scavando anche in dettagli dolorosi ed intimi. Qual è stato il vostro rapporto con lei, come è stato chiederle di fare un film sulla sua vita?

Botrugno: Esattamente come ogni rapporto umano. Avevamo delle idee che in qualche modo collegassero questo film con i nostri due precedenti, nonostante siano di finzione e abbiano avuto anche una produzione diversa, specialmente Il contagio. In realtà noi abbiamo iniziato piano piano a fare in modo che si fidasse di noi. Lei inizialmente è un po’ diffidente con tutti, ha un caratterino niente male. Con il tempo ha però capito le nostre intenzioni, il fatto che volessimo che questa storia uscisse fuori. E che uscisse fuori, come diceva Daniele prima, con tutte le sue sfaccettature, cercando di dare un’idea generale, senza soffermarci nel dettaglio su un evento in particolare. Quando lei ha capito questo nostro intento, si è lasciata completamente andare, anche perché avevamo costruito un rapporto umano con lei. Adesso andiamo spesso a Bologna da lei a trovarla. Questo è servito sicuramente anche a lei stessa, per esempio nel momento, seppur molto duro, della visita al campo di concentramento, Lucy ci ha detto: “Vorrei avere altri dieci anni di vita per passare altri momenti come questo”. Alla fine ha creduto a quello che le avevamo detto che avremmo fatto, ovvero far diventare questa storia un modello per tante persone. Mostrare un punto di riferimento come lei, che ha vissuto in epoche più buie di questa, con la sua forza e la sua voglia di andare avanti e di mostrare la sua identità nonostante tutto, non è importante soltanto per la comunità LGBT, ma per tutti. Si parla di modello proprio per questo, perché è universale.

 

Una storia singolare come quella di Lucy è però rimasta per tantissimo tempo sconosciuta. Lei è un personaggio straordinario, anche la deportazione a Dachau è particolare e dovuta all’atto di diserzione e non alla sua religione o alla sessualità. Come siete venuti a contatto con Lucy? 

Coluccini: In maniera abbastanza casuale. A fine 2019, mentre scorrevo Facebook ho visto una sua intervista dove parlava della sua deportazione a Dachau. Abbiamo fatto delle ricerche: c’erano diversi frammenti, piccole interviste, ma non era mai stato fatto qualcosa di più strutturato. Allora siamo andati a Bologna a trovarla, l’abbiamo trovata tramite l’associazione LGBT, il Cassero. Siamo andati a prendere un caffè con lei un pomeriggio. Da lì col tempo le avevamo detto che volevamo girare qualcosa e che lei ci raccontasse la sua storia. Siamo partiti con l’idea di fare un documentario classico, ma abbiamo capito che per far vivere davvero la storia di Lucy al pubblico, dovevamo fare in un altro modo. Le cose che le sono successe non le ha raccontate ad una telecamera, ma alle persone a cui vuole bene. Noi abbiamo cercato di renderci invisibili in questi suoi rapporti quotidiani tanto da fare in modo che la storia si narrasse da sé.

Come Matteo ha accennato prima, qui siete di fronte ad un lavoro diverso rispetto ai vostri due precedenti lungometraggi. Con C’è un soffio di vita soltanto non avete seguito le regole del documentario canonico, è una sorta di ibrido. Secondo voi a livello tecnico il documentario dà più liberta rispetto ad un film di finzione, oppure per certi versi lega di più?

Botrugno: Entrambe le cose. Premesso che da sempre facciamo i film-maker, abbiamo girato manualmente, insieme al nostro aiuto-regista Luca Matteucci, e tenevamo noi la camera in mano. Non ci sono filtri, senza dubbio è bello fare film di finzione, però qui non ci sono più persone che filtrano le tue cose. Poco prima di iniziare le riprese avevamo dato vita alla nostra società di produzione, Blue Mirror, e ci siamo detti che questo potrebbe essere stato il nostro primo lavoro. Riguardo alla libertà, a me questa “botta di libertà” di poter arrivare lì senza copione, svegliandoci nel nostro B&B dicendo: “Che facciamo oggi? Vediamo che succede?” è bellissimo. Ovviamente a volte abbiamo organizzato le cose perché sapevamo di avere più bisogno di certi racconti rispetto ad altri. Abbiamo iniziato con lei talking head, ma abbiamo capito che non funzionava. Ora abbiamo un sacco di materiale che abbiamo dovuto tagliare, che potremmo condividere con chi è interessato a saperne di più di questa storia, ma lo abbiamo inevitabilmente dovuto scartare. Con questo film ci siamo concessi il lusso di poterci stupire, cosa che sul set non capita così tanto.

Coluccini: Esatto, nel senso il set diventa il momento in cui tu raccogli tutti i frutti delle prove, della pianificazione, devi solo imprimerlo.

 

Come avete creato il microcosmo di personaggi attorno a Lucy per creare quel clima estremamente familiare che caratterizza il film?

Botrugno: Uno vive già là, perché Said è un suo coinquilino. Una persona che lei ha aiutato e lo ha accolto in casa, insomma.

Coluccini: Gli altri sono tutte persone che comunque gravitano attorno a lei. Simone e Ambra sono sue due amici da tanto tempo, si offrono di aiutarla e vanno a trovarla. Si occupano di lei, perché comunque è anche una persona molto sola sotto certi aspetti. Porpora Marcasciano, presidente del MIT (Movimento Identità Trans) la conosceva da anni, ma era da tanto che non si vedevano, così abbiamo deciso di farle rincontrare. Ci sembrava giusto mettere a confronto due identità trans di epoche diverse a confronto sulla loro vita. Casa di Lucy è sempre piena di gente, quindi anche se ci sono momenti di solitudine, la sua è una vita fatta anche di allegria.

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