#TFF40 – Cinque uomini, un diario al di là della scena – Intervista a Cosimo Terlizzi

La nostra intervista esclusiva al regista che ha presentato il suo nuovo lavoro nella sezione Concorso Documentari Italiani.

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“C’è un cinema che ha diritto d’esistere fuori dalle grandi produzioni, se inteso come mezzo espressivo al pari di scrittura, pittura e fotografia. Per l’ennesima volta, per me, si conferma mezzo che può sembrare amatoriale ma in realtà di una qualità insita in quella sua fragilità fuori da strutture precostituite”. Così Cosimo Terlizzi riflette sul suo documentario Cinque uomini, un diario al di là della scena, col quale rielabora oltre dieci anni dopo materiale girato dall’attore Antonio Buil, durante un giro della Francia per portare in scena uno spettacolo. Nel 2008 l’interprete ha infatti testimoniato il dietro le quinte del lavoro raccontando il quotidiano proprio e dei colleghi Dorin, Abder, Boubacar e Bartek. Il tutto in una modalità diaristica che il regista e artista visivo pugliese ha sentito subito molto vicina. L’abbiamo incontrato al 40° Torino Film Festival.

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Come nasce questo progetto così particolare?

Tutto è cominciato con la proposta di Robert Bouvier, direttore della Compagnie du Passage e regista dello spettacolo Cinq hommes, di visionare alcune videocassette che l’attore Antonio Buil aveva girato nel 2008 durante una tournée. A distanza di anni aveva visto questo materiale e secondo lui c’era qualcosa di buono per fare un lavoro di promozione dello spettacolo. Aveva visto Folder e L’uomo doppio e me li passò dicendo: “Se puoi fare quello, puoi fare anche questo” (ride). In effetti è stata una bella sfida! A una prima occhiata, devo ammettere di aver avuto difficoltà perché si tratta di una tipologia di teatro che non mi appassiona come spettatore. Però poi col tempo ho preso a cuore questi attori, sono andato al di là di ciò che a me piaceva o non piaceva, e ho visto in loro una sorta di veicolo per raccontare quella che è l’anima dell’attore. Però devo dire che all’inizio avevo rifiutato il progetto. Tutto è cambiato con la morte di uno di loro nel 2021, che mi ha convinto a rivedere il materiale. A quel punto sono rimasto scosso da una frase che proprio Boubacar Samb recitava nella pièce: “E sebbene non fosse sicuro di poterlo fare, il quinto uomo, voleva scrivere storie”. Ho pensato che se lui era morto forse ora dovevo essere io il quinto uomo. Allora ho cominciato a montare e sui primi dieci minuti ebbi un riscontro entusiasta da Bouvier. Devo dire che da lì il processo è stato complesso ma le cose sono andate come volevo.

 

Come hai trovato un percorso nel materiale di partenza?

Antonio ha ripreso in modo molto istintivo tutto, in particolare quello che succedeva nei camerini, ponendo anche delle domande agli altri quando li vedeva gioiosi o stanchi. Però era anche preso da tutto un altro mondo: gli spettatori, le recensioni sui giornali, i gestori dei teatri, i tecnici. Diciamo che lui ha ripreso qualsiasi cosa perché era un modo suo per passare il tempo. Bisogna dire che il mestiere dell’attore, soprattutto con quei ritmi, non è affatto leggero bensì sfibrante. Sono ore e ore che dedichi al lavoro, lontano da casa per mesi. Io ho cercato quello che a me interessava, ciò che non conosciamo degli attori, quando si chiudono nei camerini. Il mistero dietro questo film riguarda il fatto che quando mi serviva un passaggio quello era lì pronto che aspettava di essere montato. Forse perché il cinema è dentro di noi e Antonio sapeva cos’era interessante riprendere. Ma comunque il mio occhio era determinato a raccogliere solo quelle parentesi che potevano parlarci di qualcosa che potesse interessare anche chi non vive quel mondo. E poi c’è l’idea drammaturgica, fondamentale per tenere il passo di un lungometraggio. Ho cercato di costruire degli archi narrativi per ciascuno di loro, anche perché il dramma è costantemente presente nelle vite di tutti.

 

Come nei tuoi progetti precedenti, anche questo parte dalla realtà.

È ciò in cui mi imbatto sempre. Un cinema fatto con gli ingredienti della realtà, in presa diretta, senza sceneggiatura. Infatti questo film non ce l’aveva e io ho dovuto comporla a posteriori. Alla fine l’umano è quello e da certe cose emotive non si può scappare. Quindi per me il teatro e la realtà qui sono sullo stesso piano ma sui lato opposti del palcoscenico. I camerini non hanno il sipario ma una porta. E dato che a girare era Antonio nessuno pensava che quelle immagini sarebbero state montate. Gli altri non vedevano una videocamera, parlavano direttamente a lui, con fiducia totale. Realizzare opere en plein air per me è un sogno, ma difficile perché servono gli elementi giusti.

 

Cosa ci tenevi a mostrare del loro mestiere dietro le quinte?

La ricchezza delle possibilità. Ogni attore ha un rapporto diverso con la scena. Per alcuni, come Vittorio Gassman, è un atto liturgico. Altri, come Carmelo Bene, vivono un conflitto con lo spettatore. La Compagnie du Passage fa un teatro di ricerca che in cui la tensione deriva dal grado di partecipazione del pubblico. Qualcuno ha scritto che respiriamo con gli attori e quindi se loro fanno una pausa noi sbadigliamo. Ecco, Antonio e gli altri vivono ogni sera questa preoccupazione. Non bisogna pensare all’artista come a qualcosa di sovrumano. Volevo proprio togliere questo velo. Dalle riprese emerge che per loro la scena era una sorta di arena in cui domare lo spettatore. Ma c’è anche la battuta, il gioco, per darsi forza, e soprattutto molta complicità fra questi cinque uomini.

 

Come hai progetto il testo per voice over letto da Antonio?

Ho cercato appunto di far emergere nella voce quei punti che per me era importante esprimere. Ho pensato: io che non faccio parte di quel mondo, cosa voglio sapere? Poi sappiamo che l’attore anche quando viene intervistato mette una maschera, che non tutti gli interpreti sono così sinceri sulle criticità del loro lavoro, e il materiale di Antonio era prezioso proprio per questo. Mi sono confrontato spesso con lui sui testi che scrivevo, per avere conferma di essere sulla giusta strada.

 

Quando loro parlano del camerino come terzo luogo, cosa significa per te?

Durante una tournée si attraversano molti non-luoghi, ma il camerino è diverso. Un luogo di passaggio ma dove ci si ferma, non privato ma temporaneamente intimo. Ci puoi trascorrere un momento molto intenso della tua vita. A colpirmi è stato proprio questo spazio in cui l’uomo può essere se stesso, fragile e libero. E c’è anche il pericolo che montando materiale come questo si chieda più di quanto serva, andando a invadere un’intimità che chi è ripreso vorrebbe restasse tale. Ma dipende dalla personalità di ciascuno: ad esempio Abdel è estroverso al di là della videocamera, mentre Boubacar era tutto d’un pezzo, con inquietudini certo, ma che praticava il palco con grande serietà. Diciamo che è importante ricordare come ciascuno di noi viaggi a una diversa velocità.

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