#TFF40 – Il rilancio

Ci eravamo un po’ scordati com’era andare a una manifestazione cinematografica, fatta di scoperte, conferme, contaminazioni, interessanti autori in work in progress, classici da rivedere e spettatori.

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Sì. Finalmente. Lo so sembra un paradosso o una forzatura, ma se ne sentiva la mancanza da almeno qualche anno. Va bene, venivamo da anni difficili e da stagioni in cui gli eventi cinematografici hanno dovuto sopravvivere tra lockdown, distanziamento, penuria di opere “fresche” e improbabili resistenze online – ah quel maledetto inverno del 2020, ve lo ricordate? Quando ci toccò seguire tre, quattro festival consecutivi sui nostri pc, una massa indistinta di titoli in unico spazio tempo e sostanzialmente in un’unica piattaforma, che tempi! Beh oggi quella fase sembra essere alle spalle, ma ha lasciato il segno nel modo di amare o non amare le cose, le persone, i film, nel modo di andare in sala. Per questo ci mancava ancora un tassello, una scossa, qualcosa di familiare e allo stesso tempo di “differente”.

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Ecco. Ripartiamo dalle basi. La 40° edizione del Torino Film Festival è stata, finalmente, un festival di cinema e non ci eravamo più abituati. Assuefatti a farci piacere le cose belle che si distinguevano nella mediocrità generale delle precedenti edizioni, o ad accontentarci delle formule sempre più affannate di Venezia, ci eravamo un po’ scordati com’era andare a un bel festival, fatto di scoperte, conferme, contaminazioni, giovani autori in work in progress, classici da rivedere.

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Provando a fare il punto, l’edizione diretta da Steve Della Casa, grazie anche a un comitato di selezione in parte rinnovato e ringiovanito, ha ottenuto almeno tre risultati importanti.

  • Riportare il pubblico nelle sale, con la maggior parte dei film che soprattutto nei primi giorni hanno fatto registrare il tutto esaurito (un’affluenza di 29.000 presenze nel primo weekend secondo i dati comunicati dal festival). Il cinema ha bisogno di essere visto e gli spettatori c’erano.
  • Una qualità media dei film alta, capace di portare – a prescindere dagli inevitabili equilibrismi di programma, fisiologici in ogni manifestazione di questo tipo – la forza delle storie e del linguaggio cinematografico davanti a battaglie ideologiche, di mero contenuto o modaiole.
  • Un lavoro sui documentari – diviso in un concorso internazionale (vinto da Riotsville di Sierra Pettengill) e italiano (premio a Corpo dei giorni di Santabelva) accurato, coraggioso, “espanso”.

E se nella conta finale ci sarebbe forse piaciuto godere di più follia pop o di “genere” – ma gli horror asiatici in programma sono piaciuti a tanti – o di una apertura maggiore alle produzioni seriali che fanno parte del “nostro” mondo, non possiamo non ammettere a noi stessi di tornarcene a casa con tante illuminazioni – da Falcon Lake di Charlotte Le Bon, all’australiano The Stranger, il rigore di Unrest, Il Cristo in gola capolavoro di Antonio Rezza, l’herzoghiano The Fire Within, Parkland of decay and fantasy di Chenliang Zhu – forse i migliori film di Bertand Bonello (Coma) e Christophe Honoré (Le Lycéen), l’autorialità di lusso o più sperimentale divisa tra Fuori Concorso e Nuovi Mondi e l’omaggio a Carlos Vermut, un autore “nuovo”, chirurgico e controverso, già al quarto film ma ancora troppo poco conosciuto al pubblico e alla cronicamente amnesica stampa italiana. Senza dimenticare i film, visti o rivisti, di Albert Serra e Skolimowski.

Insomma. Il Torino Film Festival è sempre stato un termometro importante per misurare la cinefilia, lo stato di salute di un certo tipo di cinema d’autore, la comunicazione incessante tra tradizione e modernità. Questo termometro è tornato a funzionare ed è tornato a farci sentire vivi.

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