The Bad Guy, di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi

Dark comedy barocca, forse esagerata, ma dalla folle irriverenza citazionista. Con un Lo Cascio magnetico e dall’oscurità latente. Fuori Concorso i primi due episodi; dall’8 dicembre su Prime Video.

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Riecheggia nel silenzio della sala lo sgradevole “sniffle” di Nino Scotellaro; rintocca ciclicamente, scandendo con incessante (?) solerzia il frenetico rincorrersi dei secondi.

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È affetto da rinite il Bad Guy di Luigi Lo Cascio, protagonista della nuova serie televisiva in sei episodi targata Prime Video, diretta dai giovani Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi (Amore oggi, Metti la nonna in freezer, Bentornato Presidente). L’incarnazione ultima – presentata Fuori Concorso in occasione del 40° Torino Film Festival – dell'”amazoniano” paradigma anti-eroistico (marchio di fabbrica di The Boys) e manifesto antropomorfo, dal forte accento siculo, di una dichiarata aspirazione alla convergenza intermediale e intragenere.

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Nino Scotellaro, magistrato antimafia accusato di collusione malavitosa e deciso a vendicarsi dei suoi nemici, possiede i  tratti del figlio bastardo. Ha il medesimo sguardo del Peppino Impastato di Marco Tullio Giordana, condivide l’arroganza del “vero” Johnny Stecchino – al quale fugacemente trafuga l’iconico “non me somiglia pe’ niente” – e abbraccia un riconosciuto stilema narrativo simil Dexter/Breaking Bad. Lui Dottor Jekyll Scotellaro a pochi passi – meno di cento – dal Mr. Hyde Balduccio Remora.

 

Dark comedy irriverente e coraggiosamente ironica, The Bad Guy è pregna del marciume fake di un inattraversabile ponte sullo stretto e conserva, per ammissione stessa dei suoi autori, un afflato di sopravvivenza tipicamente western. Fotografata da una psichedelica policromia e un montaggio martellante, la serie profuma d’una pervasiva italo-americanità e compenetra un citazionismo di evidente matrice newhollywoodiana – il rituale del battesimo malavitoso è parte del comune immaginario dal ’72 – con improvvise accelerazioni alla cult gangster, visivamente accattivanti ed eredi del Guy Ritchie di inizio millennio (Lock & Stock, Snatch) nonché del più recente The Gentlemen.

Fontana e Stasi giocano, si divertono a modellare questa loro schizofrenica creatura, talvolta sbandando, trascinati da esagerazioni barocche e infografiche, ma riuscendo ugualmente a confezionare un prodotto dalla dignitosa credibilità pulp-drammatica. Una bomba a mano artigianale, pronta ad esplodere, tesa forse a compiacersi – per giovanile narcisismo – degli eccessi di un’estetica sotto steroidi e dell’oscuro magnetismo del suo protagonista (cui solo Pandolfi tiene testa integralmente), ma capace al contempo di elevare la sua smania – a tratti frettolosa – a punto di forza.
Un viaggio a duecento all’ora, strafatto di smart drug.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
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Il voto dei lettori
3.13 (16 voti)
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