The ballad of Judas Priest, di Sam Dunn e Tom Morello
La chitarra dei Rage against the machine racconta l’epopea della band britannica che ha dato i natali all’heavy metal partendo dal rapporto con la fanbase “proletaria”. BERLINALE76. Special Midnight
Visto dopo la dipartita di Ozzy Osbourne, qui immortalato in una delle sue ultime interviste (Tom Morello è stato tra le altre cose il “direttore musicale” del leggendario concerto di commiato dei Black Sabbath dello scorso anno, Back to the Beginning), questo rockumentary sulla band britannica che piu di tutte, proprio insieme ai Sabbath, ha forgiato il canone del “rock pesante”, appare cruciale per chiarire innanzitutto di cosa parliamo quando parliamo di heavy metal. Tom Morello, l’urticante chitarra antagonista della scena alternativedegli anni ’90, viene introdotto qui con un semplice “fan dei Judas Priest” scritto nel sottopancia, ma è centrale proprio il suo punto di vista inevitabilmente politico sulla definizione del fermento musicale nato intorno a queste band formate da figli dell’Inghilterra sotto-proletaria a cavallo tra la fine degli anni ’60 e i primi ’70, e che veicolavano appunto il suono industriale delle provincie di casermoni, comignoli di ciminiere, di esistenze orgliosamente working class.
Judas Priest e Black Sabbath hanno scritto in quel periodo gli inni identitari di una generazione che non aveva alcun altro punto di riferimento per sentirsi rappresentata, ed è incredibile oggi riguardare le immagini di Heavy Metal Parking Lot, che The ballad of Judas Priest ripropone, e accorgersi una volta per tutte di come il “british steel” fosse diventato per gli Eighties il richiamo di raccolta per la giovane popolazione white trash di tutto il mondo, come il Maryland, USA, di pick up polverosi, salopette di jeans, birre in lattina schiumose immortalato in quel video girato per un concerto dei Priest nell’86.
Il veterano del documentario musicale Sam Dunn e Tom Morello, che white proprio non è, alla stregua dell’altro super-fan presente nel film, Darryl DMC, seguono questa chiave di lettura per ripercorrere la storia della band di Rob Halford, i successi e gli eccessi, le malattie, gli addii e i ritorni, inanellando interviste ai componenti e ad altri fan vip come Dave Grohl, Billy Corgan, Scott Ian, Kirk Hammett, appunto Ozzy, l’immancabile Jack Black, insieme a frammenti di esibizioni dal vivo (fino alla recente performance per l’introduzione nella Rock’n’Roll Hall of Fame) e videoclip (il pazzesco video di Breaking the law).
Ne viene fuori un ritratto incredibilmente appassionato, sentito e commosso, che punta tutto sul senso di comunità che questa musica è in grado di sprigionare, sia tra gli ascoltatori che tra chi la suona (è decisamente rivelatorio assistere alle lacrime e ai momenti di emozione di personaggi di cui nei decenni è invece risuonata soprattutto l’anima demoniaca delle rispettive icone…), nonostante i tentativi dei benpensanti di metterla puntualmente al bando (l’assurdo processo per presunti “messaggi subliminali nelle canzoni” affrontato dal gruppo nel 1990). I Judas Priest hanno d’altronde nel tempo saputo nascondere i cali di creatività e gli alti e bassi della loro produzione musicale sotto la pirotecnica extravaganza dei loro show tutti fatti di giacche di pelle, borchie e spuntoni, motociclette sul palco, fuochi d’artificio e immaginario BDSM.
Dove il film di Dunn e Morello mostra la sua anima piu “sensibile” è però la grande attenzione con cui viene affrontato il tema dell’omossessualità del frontman Rob Halford, tenuta nascosta fino al 1998, rivelata durante un’intervista per Mtv, e subito accettata dalla fanbase, a sfatare i timori che Halford aveva covato segretamente per decenni.
Rob Halford quest’anno compirà 75 anni, e i suoi Judas Priest, nonostante tutta una serie di cambi di line up nelle epoche, saranno – immarcescibili – in tour in Italia quest’estate…
Storia del cinema Modulo 1, dal 3 marzo online

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