“The Bay”, di Barry Levinson

the bayIl mio nome è Donna Thompson. Questa è la prima volta che parlo pubblicamente della catastrofe che è accaduta. Io ero lì”. Inizia così The Bay, con l’immagine di una ragazza collegata via skype, pronta a svelare al mondo intero quello che le autorità americane hanno invece preferito seppellire nel silenzio. Dall’altra parte del computer, una voce fuori campo le dice di commentare le immagini che scorrono sullo schermo. Immagini girate quel giorno, il quattro luglio 2009, dai media (Donna stessa è la reporter alla sua prima esperienza sul campo), da dispositivi amatoriali, dai telefonini, dalle telecamere a circuito chiuso e da quelle installate sulle volanti. E’ in questo modo, con la cadenza di un reportage d’ispirazione ecologista, che mette insieme immagini-documento, didascalie e outtakes, come se si trattasse di una vera ricostruzione degli eventi, che prende forma il viaggio di Barry Levinson a Claridge, un tempo ridente località vacanziera e rigogliosa cittadina, trasformata, da inquinamento ambientale e corruzione, nella baia dell’orrore. 

A partire da The Blair Witch Project,
 toccando punte di una lucidità folgorante in Diary of The Dead, fino ad arrivare alle saghe di REC e di Paranormal Activity e, con quest'ultima, al fenomeno cinematografico sul quale Oren Peli, non a caso produttore di The Bay, ha apposto la sua firma, il cinema horror (e non solo) guarda al found footage come ad un’architettura narrativa volta a sorreggere il tentativo, più o meno riuscito, di ripensare se stesso e la propria struttura. Ma con The Bay, Levinson non abbandona il ruolo a lui congeniale di regista di attori e di volti, solo per sperimentare le declinazioni del genere. Pur
the baymostrando di saper giocare di fino mestiere con le possibilità offerte dal found footage, come ad esempio con il filmino familiare del viaggio di Alex e Stephanie, che apre uno squarcio tra le immagini che documentano implacabilmente il diffondersi della malattia, della morte e della follia, Levinson non si limita ad esplorare la capacità di affezione dei frammenti di presunta verità che compongono The Bay. Piuttosto, ed è qui che risiede l’aspetto più interessante del film e il suo lato davvero orrorifico, Levinson preferisce aggiungere un altro tassello, dopo opere come Sesso & potere, ma anche come L’uomo dell’anno e Disastro a Hollywood, ad una riflessione che il suo cinema continua a portare avanti: la menzogna come impalcatura che sostiene il reale, sia esso il mondo politico, quello dello spettacolo o il Sogno Americano stesso. Scardinando dall’interno l’idea di realtà e finzione, con il montaggio e l’intervento extradiegetico di musica ed effetti, che creano una tanto sottile quanto profonda confusione percettiva nella verità documentale di The Bay, Levinson ci parla difatti della falsità sulla quale si poggia un’intera Nazione. Se la menzogna come illusione di realtà è diventata il solo linguaggio parlato dal corpo sociale americano, la falsa verità delle immagini è l’unico sguardo possibile per spingersi, fino in fondo, nelle viscere della finzione del reale. Come l’isopode impazzito che mette a morte l’organismo che inabita, Barry Levinson ci dice, non a caso durante i festeggiamenti del Giorno dell’Indipendenza, che è l’ossatura fondativa stessa del Sogno Americano il parassita che lo divora dal suo interno e lo distrugge.
 
 
 
Titolo originale: id.
Regia: Barry Levinson
Interpreti: Kristen Connolly, Christopher Denham, Kether Donohue, Michael Beasly, Kimberly Campbell, Carrie Kroll
Distribuzione: M2 Pictures
Durata: 84’
Origine: USA, 2012