The Beach

















































Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: John Hodge dal romanzo di Alex Garland
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Masahiro Hirakubo
Musica: Angelo Badalamenti
Scenografia: Andrew McAlpine
Costumi: Rachael Fleming
Interpreti: Leonardo Di Caprio (Richard), Virginie Ledoyen (Françoise), Guillame Canet (Etienne), Robert Carlyle (Daffy), Tilda Swinton (Sal)
Produzione: Andrew MacDonald
Distribuzione: 20th Fox
Durata:
Origine: USA, 1999



Alla fine, per Danny Boyle, c'è sempre il gioco, a guidare le scelte estetiche-morali dei suoi film. Ma non il gioco-bambino di un Tim Burton, ma quello degli adulti, non rimasti bambini, ma che vedono nel gioco stesso la loro forza di essere divenuti finalmente 'grandi', cioè capaci di dominare il gioco stesso.
Piccoli omicidi tra amici era proprio un film 'gioco di società', con il cinismo di usare vittime 'reali' come paradigmi dell'intreccio. Trainspotting era la finta ammissione della necessità del 'viaggio' liberatorio offerto dalle droghe, immerso in un meccanismo moralista di fondo neppure tanto nascosto, ma certo camuffato dietro la facciata di film di tendenza. The Beach è definitivo, in tal senso, rispetto al suo 'autore'. Qui Boyle si addentra all'interno di uno dei temi forti della contemporaneità: l'uscire fuori del mondo, il separarsi dalla comunità virtuale, il 'disconnettersi', per praticare scenari nuovi, magari 'antichi' nelle forme ma diversi nell'animo. E tutto il tragitto del protagonista (e Boyle è bravo a 'sfruttare' l'icona Leonardo Di Caprio che sicuramente garantisce alla pellicola una verosimiglianza straordinaria) è del tutto speculare al 'moralismo' di questo regista inglese, su cui bisognerà riflettere meglio, poiché tanto bravo risulta nel sapere delineare caratteri e mettere in moto situazioni forti e cinematografiche, quanto pericoloso e fuorviante risulta tutto il suo cinema, così capace di insinuarsi nei territori delle 'controculture' quanto abile nello scardinarne i sogni e le scelte morali di fondo. Perché questo è Danny Boyle: a fronte di un bisogno sempre più manifesto di moralità nel cinema (e non solo) – e noi quotidianamente cerchiamo di illuminarvi con la torcia, dove serve, per vedere chi sono questi cineasti 'morali' (ma basta vedere Lynch, Burton, Eastwood, Moretti, ecc….) – il suo cinema risponde con uno sguardo apparentemente 'trasgressivo' e invece terribilmente conformista e consolatorio. E, soprattutto, assolutamente incapace di raccontare e sperimentare emozioni, sogni, bisogni, desideri. Proprio il desiderio è il grande assente (e violentato) dal cinema di Danny Boyle, troppo concentrato sul suo assolutismo di decostruttore apparente delle immagini (e dell'immaginario) per preoccuparsi del 'cuore' suoi personaggi. Raramente abbiamo visto tanta mancanza d'amore nel cinema. Danny Boyle sa mostrarcela, con tanta sincerità e profondità da farci credere che ne è davvero intriso fino al midollo, di questa mancanza.
Poi il resto è pura speculazione: fuggire dalla realtà virtuale, nascondersi in un finto primitivismo da facile eden, per poi, dopo il massacro ritrovarsi nuovamente in rete, in un finale circolare e terribilmente autoassolutorio. Come se i desideri e le passioni non contassero più, e il senso della vita fosse solo in un vorticoso gioco, tra fughe apparenti, reti e finte vite 'naturali'. In tal senso tutta la riflessione, bisogno, desiderio di rifuggire dal mondo 'globalizzato' delle reti, per riscoprire i corpi, le piccole emozioni, in una parola le 'persone', si vanificano in un meccanismo formale cinico e baro, che rovescia di segno il tutto per, appunto, assolvere il mondo così com'è, luogo sempre e comunque migliore di qualunque desiderio di libertà. Questo Danny Boyle è davvero un brutto pericolo, armatevi di tutto l'amore possibile per ricacciare all'inferno (ché è da lì che proviene…) i suoi film e il suo autore.
Federico Chiacchiari