The Beatles: Get Back, di Peter Jackson

Riabilita il mito del naufragio definitivo dei Beatles. Peter Jackson restituisce quattro persone che molto spesso si divertono a stare insieme. Su Disney+

La fine dell’estenuante impresa tolkieniana non aveva chiarito se Peter Jackson si sarebbe mai disintossicato dal gigantismo dell’epopea. Il fatto che il cineasta neozelandese non si cimenti con un film di finzione da sette anni fa pensare che questo processo sia ancora lungo. La scelta di dedicarsi nel frattempo al restauro e alla ricostruzione di materiale storiografico dimostra la sua necessità concreta di cambiare rotta. Ovviamente, anche i soggetti della sua fase documentaristica non sfuggono alla sua predilezione per le sfide impossibili. They Shall Not Grow Old (2018) è stato il primo tentativo di rendere narrativamente e visivamente cinematografico un repertorio che nessuno aveva mai nemmeno tentato di riorganizzare. Il suo lavoro aveva trasformato l’archivio dell’Imperial War Museum e della BBC sulla Prima Guerra Mondiale in un grandioso war-movie. La diversa destinazione iniziale delle immagini aveva rafforzato il risultato finale invece di indebolirlo.

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C’era un progetto più difficile rispetto a quello di scegliere, digitalizzare, montare e presentare sotto una nuova luce le tormentate sessioni di registrazione dell’ultimo album dei Beatles? Come mettere mano a sessanta ore di girato che incidentalmente sono anche le ultime che immortalano la band tutta insieme? E come ottenere un esito diverso da quello del deludente e ormai introvabile Let It Be (1970) di Michael Lindsay-Hogg? C’era davvero un altro film oltre a quello distribuito allora più per volontà dell’entourage del gruppo che per quella dei fab four? Probabilmente, non c’era una materia più scivolosa ma anche più stimolante. Lo scioglimento della band più amata e celebrata della storia della musica pop è ancora oggetto di libri, speculazioni, fazioni, risentimenti e rancori. Non passa un anno senza che qualcuno non tiri fuori un’altra carta legale, un’altra teoria e un altro colpevole.

Le riprese delle giornate di Twickenham e di Savile Row sono una scatola nera a cui nessun fan ha mai avuto pienamente accesso. La monumentale ricostruzione ufficiale di The Beatles Anthology (1995) vi dedica appena venti minuti sui seicento totali dei suoi otto episodi. Uno spazio così limitato per un tesoro così ambito avvalora la tesi dominante che quel mese di lavoro comune fosse il fallimento definitivo. Come se lo spirito agiografico della raccolta avesse voluto relegare le parti spiacevoli al solo dovere di cronaca. The Beatles: Get Back avvicina ancora una volta Peter Jackson alla sfera dell’impossibile da rappresentare. Esattamente come The Lord Of the Rings era il più grande romanzo non adattabile sul grande schermo. Come allora, il regista non ha potuto sottrarsi al peso delle aspettative di un esercito di fan esigenti. L’ipotetico film nascosto dentro le sessanta ore non doveva essere solo coerente ma doveva essere anche attendibile.

C’è una strana analogia tra la pausa purificatrice del regista dal green screen e il proposito dei fab four di registrare un disco senza trucchi. La band non suonava dal vivo da anni e sempre più raramente si trovava in studio al completo. I loro album erano pieni di sovraincisioni che avevano confinato la spontaneità degli esordi ad un lontano ricordo. The Beatles: Get Back sceglie una chiave di interpretazione precisa: subordinare tutte le relazioni alla rappresentazione ossessiva del loro processo creativo. Non è un caso che George Harrison abbandoni clamorosamente le prove proprio alla fine di una delle tante esecuzioni di Two of Us. Il montaggio mette in risalto l’evidente complicità di Paul McCartney e di John Lennon in un testo che sembra parlare della loro amicizia. La stessa idea del ritorno alle origini ribadiva la centralità compositiva della coppia proprio mentre la seconda chitarra cercava di affermarsi.

La sua insofferenza complessiva verso la missione dell’album è una situazione tipica delle storie da grande freddo. I vecchi amici si incontrano e per qualche istante sembra che possa rinascere la magia dei bei tempi. Tuttavia, la reunion è destinata a fallire perché il tempo passato e i cambiamenti personali non si possono cancellare. Questa conclusione era alla base del film di Michael Lindsay-Hogg e di certo il regista di allora non può essere biasimato. La curiosità del mondo non era come suonano i Beatles insieme? Gli spettatori di allora volevano solo sapere perché si erano separati. Peter Jackson non sfugge alla questione ma è abbastanza astuto da confezionare risposte che assecondano tutte le sette. Le tante prove disseminate dell’egocentrismo conformista di Paul McCartney legittimano i suoi rivali. Tuttavia, il modo fulmineo in cui compone The Beatles: Get Back esalta gli strenui sostenitori del suo genio sopra quello dei suoi compagni.

I primi abbozzi di quella che diventerà Something dimostrano il talento di George Harrison ma anche il suo temperamento passivo/aggressivo verso gli altri membri della band. Tuttavia, fu lui a portare Billy Preston nel disperato tentativo di salvare un disco che stava ormai naufragando con un deus ex machina. Yoko Ono viene assolta ma la sua onnipresenza è fastidiosa anche da innocua. John Lennon mostra un rapporto di amore e odio verso i Beatles che segue il suo umore volubile. L’ombra di Allen Klein si allunga in alcuni dialoghi ed è impossibile vedere il film senza percepire la cappa della fine imminente. The Beatles: Get Back non vuole ribaltare disneyanamente l’immagine di un gruppo in cui tutti si vedevano anche come solisti.

Tuttavia, il regista scandaglia sessanta ore di girato e trova soprattutto quattro persone che ancora si divertivano a stare insieme. George Harrison ad un certo punto dice: se fossimo davvero noi stessi, ora non saremmo qui. Le pressioni incrociate non gli permettevano di fare quello che volevano e di dire quello che pensavano. Si sa che persino la candid camera ha un effetto pervasivo e condizionante. Peter Jackson è consapevole che la loro musica fosse ormai soverchiata da troppi elementi esterni. C’è un frammento in cui Paul McCartney accenna al pianoforte i primi accordi di Let It Be e nessuno se ne accorge. Tutti gli altri sono assediati dalle ciance di manager, produttori e tecnici per farci caso. Lo stesso film che stanno girando è il prodotto di una complessa sovrastruttura in cui le canzoni sono solo un aspetto complementare.

Eppure, il regista assembla con successo una delle tante verità che le immagini di cui dispone dimostrano. I Beatles si lasciano andare, suonano insieme e molto spesso se la spassano. John e Paul improvvisano ancora i grandi classici nelle pause e si abbandonano felicemente ai ricordi. Peter Jackson cattura centinaia di questi momenti e convince facilmente lo spettatore che i loro sguardi sono pieni di affetto sincero. Michael Lindsay-Hogg confida alla band che la storia per il documentario non c’era, a meno che non si volessero raccontare gli screzi e le incomprensioni. Non si può condannare la sua convinzione che la straordinaria innocenza dei Beatles non potesse riempire un film. Nessuno poteva immaginare che quella sarebbe stata veramente l’ultima volta. Nessuno credeva sul serio che un simile affiatamento si sarebbe perso per sempre. Ora che niente potrà più riportarlo indietro, anche otto ore non sono abbastanza per esserne sazi.

 

Titolo originale: id.
Regia: Peter Jackson
Distribuzione: Disney+
Durata: 468’
Origine: USA/UK/NZ, 2021

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
3.39 (28 voti)
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