The Book of Vision, di Carlo Hintermann

Il concetto di passato va a braccetto con quello di insegnamento, come fosse questo tempo, un grigio e impassibile istitutore pronto ad ammonirci ad ogni nostro errore. Ma provando a liberare la mente, abituata da secoli a concepire il passato come un tempo immobile, si può provare a pensarlo al contrario, e cioè come estremamente mobile. Un tempo che al pari del presente, sempre volto al futuro, non è mai mai fermo. Non è mai davvero passato. Solo così si può provare (non è di certo affar facile) a liberarsi dal peso di certe coercizioni, prima fra tutte quella della finitudine… Concependo il passato come qualcosa che non smette mai di muoversi, cambiare e ripresentarsi, qualcosa di non morto. Nel suo The Book of Vision, film che apre la Settimana della Critica di questa strana edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Carlo Hintermann ragiona sul passato come concetto temporale mobile, e lo fa attraverso immagini nitide e luminose, soprattutto nella loro oscurità narrativa; nel loro raccontare, alla fin fine, la morte. Luminose sì, perché se ciò che è passato ritorna, allora non si muore mai per davvero, e questo è reso chiaro fin dalle prime battute del film, sussurrato per rassicurarci fin da subito.

Eva, giovane medico, abbandona una carriera promettente da oncologa per fare delle ricerche su Joahn Anmuth, medico prussiano vissuto nel XVIII secolo. Incontrato il suo tutor Henry, Eva inizia a studiare “Il libro delle visioni”, tenuto diligentemente da Anmuth e contenente speranze, passioni e sogni di molti suoi pazienti. A chi le domanda il perché rinunciare alla ricerca intesa come progresso della medicina moderna, Eva risponde che deve scovare il momento, nella storia della medicina occidentale, in cui è avvenuto il distacco: “quando i medici hanno smesso di ascoltare i sogni dei pazienti”, separando corpo e anima. Il corpo, attraverso il quale il passato si ripresenta, con la reincarnazione certo,  ma anche col sangue che si tramanda, attraverso chissà quali vie del corpo e della mente, segrete e sconosciute. Hintermann ha ben chiaro ciò che vuole raccontare e lo mette in scena portandoci avanti e indietro, facendo recitare agli stessi attori personaggi vissuti in due epoche diverse; forte anche di un montaggio deciso e delle splendide musiche di Hanan Townshend, fidato compositore di Terrence Malick, qui in veste di padrino e produttore esecutivo.

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Tutto torna in un flusso continuo e circolare, in cui la morte è istantaneamente rigenerazione. “Il sangue si è trasformato in linfa”, dice Maria, aiutante strega di Anmuth. Linfa nera del grande albero dei morti a cui lei è devota. Un albero non mortifero, alla Sleepy Hollow (a cui seppur fugacemente, vien da pensare, fra rimandi più decisi, Aronofsky e ovviamente Malick), ma un albero dal quale solo grazie alla morte rinasce vita. E questo Hintermann ce lo mostra di nuovo chiaramente, attraverso immagini striscianti e coreografie nere e potenti, che riescono a farsi cinema e non spaventano, ma ci caricano di seducenti suggestioni.  Attraverso Il libro delle visioni, Eva vede e dal libro stessa è in un certo senso invasa, dalla scrittura di un dottore che secoli dopo non è un ricordo morto, bensì qualcosa che ancora vive e travalica il tempo. Qualcosa di scritto ma non sigillato. D’altronde Hintermann è di origini ebraiche, religione in cui è centrale l’idea della parola scritta mai decisiva, infinitamente reinterpretabile. The Book of Vision veicola dunque necessarie visioni della vita e della morte, e lo fa muovendosi agilmente sui tre concetti di tempo (c’è anche il futuro, sì…), restituendo chiara questa vitale e mortifera danza del tempo, da concepire, liberandoci, come un unico e continuo movimento di ritorno costante.

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
2.67 (6 voti)

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