The Canyons, di Paul Schrader

the canyonsSin dall'inizio The Canyons pare comunicare con un linguaggio che non conosciamo o in cui non crediamo più. I protagonisti della storia sono a cena in un locale e parlano della loro vita privata, dilungandosi qua e là con quei magnifici elenchi pop-esistenzialisti in cui Bret Easton Ellis (qui in veste di sceneggiatore)  è sempre stato maestro. Eppure qualcosa non torna: i volti che la macchina da presa di Schrader inquadra frontalmete osservano l'obiettivo senza muovere le labbra. In un gioco di montaggio godardiano Schrader relega le voci di dialogo in fuori campo creando subito una distonia percettiva tra immagine-volto e immagine-parola.

 

Chissà che il prologo non sia già  una sorta di dichiarazione programmatica su questo atteso e complesso connubio cinematografico tra il regista di American gigolò e lo scrittore di American Psycho. Non poteva non esserci un conflitto tra il mondo secondo Schrader ed Ellis, tra la sacralità del primo e il nichilismo del secondo. Di fatto a più riprese l'anima nera dello scrittore americano sembra mangiarsi il cinema di Schrader in The Canyons. Il triangolo amoroso tra il ricco produttore Christian, la compagna Tara e l'attorucolo Ryan si muove dentro una Los Angeles asettica, condensata in una lunga serie di non-luoghi (sale cinematografiche abbadonate, ville hi-tech con piscina, studi di postproduzione vuoti, appartamentini anonimi di periferia) che davvero paiono  provenire direttamente dall'immaginario letterario ellisiano. Come dichiaratamente figlia dello sceneggiatore è la progressione psicotica di Christian, autentico Bateman catapultato a Hollywood con le tipiche ossessioni erotiche, sociali, possessive degli antieroi di Ellis.

Schrader in tutto questo sembra rimanersene in disparte, gira il suo film in digitale e osserva in modo quasi cronenberghiano le derive e le menzogne di questo materiale umano fornitogli dal suo sceneggiatore. Forse oggi il grande regista americano è ancor più disilluso sul futuro del  cinema di quanto non lo fosse in passato, come lindsay lohan in the canyonssottolineano le ripetute istantanee nei titoli di testa e di coda a ritrarre sale cinematografiche in rovina e bobine di pellicola abbandonate. "Questo film è fatto per uscire dalle sale, per il post-cinema. Lo abbiamo concepito per il video perchè il cinema sta cambiando e le sale chiuderanno presto", ha detto Schrader in conferenza stampa. È curioso come da questo punto di vista, nel suo abbinare la trasformazione tecnologica a quella dis-umana raccontata in The  Canyons, Schrader si avvicini molto a quella parabola erotico-compulsiva sul passaggio al video raccontata nel bellissimo film gemello Autofocus.

La  freddezza di The Canyons non coinvolge, né intende farlo, quindi tiene a distanza, creando però un disorientamento quasi catatonico, un eyes wide shut tra cocainomani che non hanno più nemmeno la forza di citare Whitney Houston o i Genesis (American Psycho), nè quella di ricordare gli ultimi film veramente amati al cinema (e "le anteprime non contano" ricorda giustamente la sofferente Lindsay Lohan).
I tre protagonisti di questo noir erotico ambientato durante la preproduzione di un piccolo film che forse non si farà mai più che anime dannate, appaiono allora come corpi plastici fantasmatici, apparizioni che attraversano le scene come monadi imperturbabili e neutre che a scapito dei ripetuti amplessi consumati nel corso del film sembrano essenze prive di carne, simulacri di una "realtà" post-umana, sospesa in un tempo indefinibile tra passato (gli anni '80 come detriti immarcescibiili), presente (il film da fare o non fare) e futuro (il mondo digitale).

Titolo originale: id.
Regia: Paul Schrader
Interpreti: Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Amanda Brooks,Tenille Houston
Origine: Usa, 2013
Distribuzione: Adler Entertainment
Durata: 104'

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    ieri ho visto the canyons senza saperne troppo e mi è piaciuto, e parecchio!1!! un film originale e molto diverso dal solito, lo consiglio!