"The Company", di Robert Altman

Nell'ultimo cinema di Robert Altman appare il segno di una frattura che produce perplessità e riserve. Se infatti nel recente Gosford Park (forse la sua migliore opera degli anni Novanta) il miglior cinema del regista americano si improvvisava, libero e pungente, nelle feritoie stringenti della solidissima scrittura di Julian Fellowes, in The Company avviene una sorta di inversione di marcia che fa retrocedere l'immaginario autoriale del regista in una mediocrità avvilente. Appropriandosi infatti di una traccia narrativa centrata sulla presenza continua della danza (la protagonista Ry è appunto una danzatrice di talento), Altman obbedisce sin da subito alla logica del più bieco realismo, attraverso pedinamenti costanti di un corpo sempre ripreso/inquadrato all'insegna della plasticità più spinta e gratuita. La fisicità della Campbell in questo senso (ben lontana dai rimaneggiamenti quasi astratti del Craven di Scream , ma anche dello stesso Mc Naughton di Sex Crimes) resta come impigliata nei vacui schemi di un linguaggio visivo basato sulla ridondanza e l'effettismo, in un carosello di forme volutamente raffreddate e asciugate di ogni vero pathos. Lo sguardo del regista sotto questo frangente accumula distrattamente tracce e coordinate (i dettagli ripeti sulle scarpette dei danzatori, l'ammasso dei corpi stretti in aeree sempre limitate, la doppia vita della protagonista che di sera serve in un locale) senza riuscire mai però a scolpire residui emozionali dei corpi in movimento, con un aria quasi snobistica che si situa a metà tra il racconto e la ripresa senz'anima dello spettacolo di danza. In questo senso anche l'innesto del melò tra la Campbell e James Franco (giovane interprete che promette benissimo, basti recuperarlo in Colpevole d'omicidio in cui recita accanto a Robert De Niro) viene continuamente giocato di rimessa in una dimensione artefatta, lontano dagli stridori di una passione per certi versi scansata, o comunque eccessivamente programmatica. E' insomma come se Altman si sia stancato del cinema e lo voglia dunque "uccidere", appiattendolo di fatto in una messa in scena che tramortisce mortalmente ogni adesione fisica al racconto. E' sorprendente allora constatare come il regista ironico e politico de La fortuna di Cookie, ma anche dello stesso già citato Gosford Park, mostri questo totale disinteresse nei confronti dei suoi personaggi (la scena d'amore notturna tra Ry e Gosh viene ad esempio risolta in modo imbarazzante, segno preciso comunque della lontananza di Altman da ogni fermento vitale), facendoli annegare nella pomposità costruitissima e finta di uno sguardo distante che non ha mai il coraggio di farsi veramente corpo. Il cinema del regista sembra dunque filmare ogni istante un vero e proprio disamoramento persino nei confronti delle traiettorie più codificate (il genere è un'altra cosa, basti pensare a Saranno famosi di Parker e al bellissimo Flashdance di Lyne), per poi imporsi in modo invadente nella roboante scenografia del balletto finale che non possiede nemmeno l'ombra della muscolarità strabordante e contagiosa di quello ad esempio immaginato da Sylvester Stallone nello straordinario e delirante Staying Alive, questo sì cinema strappato dalle viscere della vita.


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Titolo originale: The Company

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Regia: Robert Altman


Soggetto: Neve Campbell, Barbara Turner

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Sceneggiatura: Barbara Turner


Fotografia: Andrew Dunn


Montaggio: Geraldine Peroni


Musiche: Van Dyke Parks


Scenografia: Gary Baugh


Costumi: Susan Kaufmann


Interpreti: Neve Campbell (Ry), James Franco (Josh), Malcolm Mc Dowell (Alberto Antonelli), Barbara Robertson (Harriet), William Dick (Edouard), Susie Cusack (Susie), Marylin Doods Frank (Madre di Ry), John Lordan (Padre di Ry), Mariann Mayberry (Matrigna), Roderick Peeples (Patrigno)


Produzione: Capitol Films, Killer Films, Sandcastle Productions, Cp Medien Ag, .R.O. Entertainment


Produzione: Medusa


Durata: 112'


Origine: Germania/USA, 2003