The Courier, di Dominic Cooke

Un’interessante e personale rilettura della spy story, un film che al di là di certe mancanze merita attenzione per il modo peculiare in cui sceglie di raccontare la sua storia

The Courier, la spy story di Dominic Cooke con Benedict Cumberbatch cammina su un filo sottile teso sul nulla. Il rischio è che il film sulla storia del businessman Greville Wynne, che negli anni ’60 aiutò una spia sovietica a trafugare informazioni riservate, finisca risucchiato nel vortice dei thriller di (o à la) John Le Carrè che da una decina d’anni ha coinvolto autori come Tomas Alfredson o Susanne Bier.

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Per evitare l’oblio a Cooke serve una lettura personale attraverso cui ripensare il genere e che gli permetta di emergere dalla mediocrità.

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Dominic Cooke torna dunque a quel teatro che l’ha formato e tratta The Courier come uno studio sui personaggi e su un particolare tipo di recitazione. Per il regista lo spionaggio internazionale è un gioco delle parti, di inganni che durano il tempo di una battuta e dunque il film si muove sulla zona liminale tra persona (l’agente) e personaggio (la copertura), un approccio umanistico che lavora sui volti, sui piccoli gesti, sulla quotidianità delle spie coinvolte lasciando emergere il parossismo di una vita votata all’inganno continuo.

In questo senso il personaggio di Benedict Cumberbatch è il viatico perfetto per una lettura meta-teatrale della spy story. L’avvicinamento di Wynne  al grande gioco della Guerra Fredda assomiglia allo studio di un personaggio da parte di un attore: impara un ruolo, si lascia guidare dagli agenti come un performer farebbe con un regista, costruisce la propria copertura a partire da conoscienze pregresse. Fondamentale per questo è il lavoro di The Courier sugli immaginari, con Wynne che vede in James Bond un modello da imitare e con la regia che ricalca i toni freddi della fotografia da spy story anni ’70, sintomo della progressiva assimilazione del common man al teatro dello spionaggio.

Cooke tuttavia spinge forse il suo discorso troppo in là e il meccanismo narrativo si incrina. Più Wynne si addentra nello spionaggio, più perde quell’umanità che è centrale per la diegesi; una scelta che, pur coerente, a tratti affligge il tessuto profondo della pellicola. L’affascinante storia di un uomo comune finito in un mondo più grande di lui diventa quindi a tratti un thriller su un’esperta spia inglese che si muove tra tutti i cliché del genere ma che rischia per questo di finire in quell’abisso di prevedibilità che finora la regia ha provato ad evitare.

Con il terzo atto ci si confronta però con un vero e proprio ritorno all’ordine linguistico. Per raccontare la prigionia di Wynne, Cooke si rifugia infatti nelle estetiche dello spettacolo dal vivo: illumina gli interrogatori con una luce irreale, lascia reggere la scena al volto scavato e al corpo sofferente di Benedict Cumberbatch, torna ad un dialogo minimalista. Sul finale la regia non solo ritrova quell’umanità della spia che finora aveva cercato ma estremizza quella matrice teatrale che Cooke ritrova alla base dello spionaggio.

The Courier rappresenta un’interessante e personale rilettura delle coordinate e delle convenzioni di un genere come la spy story, un film che al di là di certe mancanze merita attenzione per il modo peculiare in cui sceglie di raccontare la sua storia. Dominic Cooke non ha fatto la rivoluzione ma forse è riuscito a scampare a quella mediocrità che lo spaventava così tanto.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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