The Death of Cinema and My Father Too, di Dani Rosenberg

L’ultimo saluto di un figlio al proprio padre malato. Rosenberg, al suo esordio, cerca di salvare il genitore dalla morte, tra realtà e finzione. In concorso al MedFilm Festival, da Cannes 2020

In concorso al 26° MedFilm Festival c’è anche il film d’esordio di Dani Rosenberg, che sarebbe dovuto essere a Cannes 2020. Un labirinto di immagini dove finzione e realtà si mescolano continuamente. Un incastro senza via d’uscita che ingabbia a forza operatore e soggetto; come se entrambi, chi sta dietro e davanti la camera, tramite l’immagine stessa riuscissero a diventare immortali. Un congelamento del tempo e dello spazio che trattiene con sé i ricordi belli e anche quelli più brutti legati alla malattia del padre del regista. The Death of Cinema and My Father Too parla di Yoel (interpretato da Marek Rozenbaum) che viene a sapere di un imminente attacco militare iraniano su Tel Aviv e che cerca di riunire la propria famiglia per portarla al più presto in salvo a Gerusalemme. È tutta una storia però inventata dal figlio Assaf, regista di professione, che vuole regalare al proprio padre l’ultimo grande ruolo da protagonista, nel tentativo, tramite l’immagine, di congelare quei momenti e strappare per sempre il padre dalle braccia della morte. A sporcare ulteriormente la narrazione metacinematografica di Assaf ci pensano i frammenti dove Rosenberg fuoriesce dal film di finzione per riprendere il proprio padre malato che, tramite le ulteriori immagini d’archivio inserite dal regista israeliano, conosciamo sotto la veste di attore feticcio dei suoi numerosi corti girati durante l’infanzia.

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Yoel e Assaf dopo una vita fatta di continue distrazioni hanno bisogno di sentire sulle proprie spalle il peso della morte, che colpisce da un momento all’altro come il bombardamento iraniano, per cercare di ritornare sui propri passi e ritornare a capire l’importanza della famiglia. Rosenberg mette continuamente sotto traccia i fili che sorreggono la sua opera che oscilla tra: The house of the Rising Sun utilizzata come colonna sonora, storia di un vecchio giocatore d’azzardo smarrito a causa della casa della perdizione di cui hanno cantato Bob Dylan e Eric Burdon, leader degli Animals; e la citazione a Coppola e a Il Padrino, una delle più grande narrazioni di sempre sulla famiglia.

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Come in Anna di Alberto Grifi, l’atto della ripresa diventa unico modo per forse uccidere la stessa morte e rendere per sempre invincibili e immortali quei corpi trasformati in immagini. Essere eterni è, però, qualcosa che porta con sé anche dei contro. Le immagini tendono ad essere sofferenti e quando si filma la morte, e il dolore soprattutto, questo supplizio diventa eterno. Si rinnova ogni volta che si schiaccia play. L’immagine dopo aver riportato la luce (cinematografica?) del ricordo, come Prometeo è incatenata e costretta a resistere agli spettatori che se ne cibano. Il padre di Rosenberg continuamente chiede al figlio di staccare la ripresa e di lasciarlo andare, ma quella camera accesa è l’unico modo per cercare di trattenere il padre in vita. Sarà tramite il film stesso, iniziato proprio durante i primi giorni di malattia del padre, che il regista, come fosse in terapia, riesce, tramite le parole dei propri personaggi, ad elaborare il lutto e pian piano lasciar andare il proprio padre via col mare.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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