The Euphoria of Being, di Réka Szabó

Per il Trieste Film Festival in Tour, da oggi al Drama Teatro di Modena la storia di Éva, ebrea ungherese che a 90 anni danza sul palco la sua vittoria sugli orrori di Auschwitz

Tra qualche anno non sarà possibile ascoltare dal vivo le testimonianze orali dell’ultima generazione di sopravvissuti all’Olocausto nazista. Toccherà al Cinema allora, attraverso la sua natura audiovisuale, farsi archivio e persino interprete di un’eredità sicuramente pesante ma profondamente necessaria nell’era dei rigurgiti razzisti e fascisti. C’è quindi bisogno ora più che mai di lungometraggi che contribuiscano ad eternare i contributi personali di chi visse sulla propria pelle quegli abominii. Con The Euphoria of Being, insignito al Trieste Film Festival del premio Alpe Adria Cinema al miglior documentario in concorso, Réka Szabó esordisce alla regia con un documentario che racconta una delle storie più straordinarie di resilienza dei giorni nostri, portata a compimento proprio da una sopravvissuta al campo di Auschwitz-Bukernau. L’artista ungherese, ballerina e coreografa con la sua acclamata compagnia di Budapest The Symptoms, nel 2016 fu fulminata dalla lettura del libro di memorie The Soul of Things, scritto da Éva Fahidi che dopo anni di silenzio ebbe il coraggio di prendere la penna in mano per raccontare dei suoi 18 anni e di quando fu rinchiusa nel tristemente famoso campo di concentramento tedesco. La donna fu una delle tante deportate fra gli oltre quattrocentomila ebrei ungheresi che nel 1944 vi furono mandati nell’arco dei folli tre mesi in cui il regime tedesco aveva capito che stava per capitolare. Riuscita a scampare fortunosamente all’eccidio di 49 suoi familiari, tra cui il padre e l’adorata sorellina di 11 anni Gilike, Éva Fahidi ha vissuto cercando negli anni successivi una difficilissima catarsi. A lettura ultimata delle sue memorie Szabó propose allora alla scrittrice, adesso 90enne, di portare sul palco la sua tragica esperienza con uno spettacolo che tra danza, musica e rievocazione storica potesse essere la definitiva sutura ad una ferita ancora suppurante attraverso il coinvolgimento di un pubblico ampio. The Euphoria of Being documenta quindi il processo di ideazione, formazione ed esecuzione di una performance davvero unica nel suo genere. E per farlo compie una scelta d’angolazione a prima vista poco usuale perché invece di concentrarsi sulla retorica di un sostrato portentoso – il dramma dell’Olocausto, la vitalità fisica di un corpo fragile ma ancora pronto a dare il suo contributo testimoniale, la sua trasfigurazione artistica – accentra il suo occhio indagatore sulle due donne protagoniste. Sebbene Szabó faccia anche da voce narrante inquadrando la vicenda da un punto di vista temporale meramente temporale ed occupando l’inquadratura con rade indicazioni coreografiche, sono infatti la vegliarda Éva e la sua partner di ballo, la giovane danzatrice Emese Cuhork, di oltre mezzo secolo più giovane di lei, le uniche due protagoniste del documentario.

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Il loro incontro è antitetico ma mai conflittuale, forse appena sospettoso come si può intuire dal loro primo incontro: la curiosità caratteriale delle due donne non riesce infatti a nascondere una punta di diffidenza, dettata da una distanza perfino storica non semplice da colmare. Emese è una ragazza dai riccioli caravaggeschi di imperscrutabile bellezza, nel pieno del suo talento e capace di volteggiare perché senza pesi esperienziali; Éva è un’anziana dai modi affettati che ha tanto da dire (e per fortuna dello spettatore, lo fa: la sua escursione estemporaea sulla bellezza del porno è impagabile!) e che dietro la rivendicata leggerezza da sedicenne piange ancora per la sorella barbaramente uccisa dai soldati tedeschi. Su questo punto, The Euphoria of Being riesce a sorprendere perché l’assoluzione da parte di una superstite della Shoah degli esecutori dell’omicidio a danno dei gerarchi dirigenti e soprattutto la dura reprimenda verso il padre, reo di non esser scappato dalla Germania per puro spirito d’accumulazione capitalistico sono deviazioni significative all’interno di un film dedicato alle vittime del nazismo. Il documentario di Szabó ha inoltre il merito di confinare gli accenni al contesto socio-politico del tempo al segmento iniziale, quello con la posa delle pietre commemorative ai familiari di Éva, facendo sua la splendida risposta alla pigra domanda del giornalista su cosa provasse per quei fatti di “allora”. L'”allora” che tutti conosciamo, e che l’anziana in quell’occasione riassume con pungente ma elegante sarcasmo, verrà fuori nelle prove dello spettacolo di danza messo in atto proprio per ricordarlo in forme solo apparentemente inusuali. La sfida è doppia: da una parte mostrare la riemersione di dolorosi ricordi quanto la loro rielaborazione attraverso la danza – significative le ripetute richieste di improvvisazione coreografica dinanzi alle memorie più personali di Éva – dall’altra la volontà di superare i limiti fisici della protagonista attraverso una gentile caparbietà. Se i seguaci di Hitler cercavano l’annientamento della dignità dei corpi, quello della novantenne protagonista, capace di flettersi per un’ora e mezza in passi a due complicati, di rispondere con orgoglio alle sollecitazioni richieste un’ultima volta come forma suprema di catarsi alla violenza subita, di volersi fare prisma di emozioni attraverso la testimonianza della sua carne, flaccida eppur viva, è un miracolo laico al quale rendere un lungo tributo. D’ascolto, innanzitutto, per non sbagliare come il padre di Éva Fahidi: di fronte ai sussurri d’inquietante tempesta odierna bisogna capire dal passato come attrezzarsi.

Titolo originale: id.
Regia: Réka Szabó
Distribuzione: Trieste Film Festival in Tour 
Durata: 83′
Origine: Ungheria, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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