The Flood Won’t Come, di Marat Sargsyan

In concorso nella Settimana Internazionale della Critica, il film lituano è un sorprendente, quanto riuscito esperimento visivo in cui si mescolano svariati registri narrativi, supporti tecnici diversi e si condensano anime stilistiche nuove, senza mai perdere il desiderio forte di raccontare la tragica esperienza della guerra. Lungometraggio di esordio per il quarantaduenne regista di origini armene, cresciuto professionalmente come operatore e montatore televisivo e autore di video musicali per band locali. Un colonnello, professionista della guerra, si è stancato di combattere, combattere su un campo di battaglia astratto, qualsiasi, in cui c’è tutto quello che caratterizza la follia bellica: armi, soldati, freddo, paura, esplosioni, reclusioni, devastazioni.

Il colonnello è un leader carismatico, comanda, prende decisioni, coordina le missioni, attraversa il suo territorio con fare sicuro e determinato, e Marat Sargsyan non dispensa piani sequenza che ci rimandano in un loop senza fine, senza storia, senza speranza. Il colonnello vorrebbe ritrovare tempi di pace, ritrovare la propria famiglia, accantonare i ricordi nefasti, ma non c’è mai tregua alla tragedia, la guerra ricomincia proprio nell’esatto momento in cui si prospetta la pace. Un drone fra le nuvole e le montagne l’incipit e la mdp si posa in un’isolata abitazione giapponese in cui un anziano saggio è intento a scrivere praticamente il prologo della storia: “Avevamo già perso la guerra. Lo sapevano tutti. Lo sapevano anche loro, ma hanno comunque sganciato la bomba…”. Non esistono domande, solo ordini da eseguire, la “banalità” spazio-temporale del conflitto non ha alcun appiglio al mondo circostante.

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Contemplativo, metafisico e inesorabilmente crudo: ci sono sospetti di traffico di organi umani e segretamente si negozia con il nemico nel tentativo di organizzare uno scambio di prigionieri. The Hurt Locker travestito da sessione di addestramento che ricorda i miliziani fai da te, gruppi antigovernativi USA vicini ai suprematisti bianchi. Il colonnello è stanco, viene raggiunto al petto da un proiettile e dopo una lunga inquadratura fissa sul suo corpo inerme, si rivede “miracolosamente” in piedi attraversare il bosco e raggiungere, con un salto visivo improvviso (in cui appare il colore), la città, e infine casa sua, ma ormai la sua guerra, con tutti i misfatti, è dominio mediatico senza confini.

Oltre Michelangelo Antonioni e Tonino Guerra, che lo stesso autore ha confermato essere tra i suoi più importanti riferimenti, c’è Andrej Tarkovskij nello sguardo del regista quando si muove tra l’umanesimo e il trascendente, in più, sembra ugualmente evidente anche un incedere che rimanda a Sergej Parajanov, proprio nel voler aprire una porta ed entrare in una dimensione dove il tempo si è fermato e la bellezza in questo caso si è inesorabilmente liberata e allo stesso tempo corrosa.

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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