The Furnace, di Roderick MacKay

Australia 1897. Il Paese sta nascendo anche grazie al contributo di esploratori provenienti dalle colonie britanniche: afgani, sikh, sciiti, attraversano con i loro cammelli il deserto da una sponda all’altra del continente. Scoprono sentieri, trasportano merci, intessono comunicazioni e rapporti con le tribù aborigene. Venduto dal padre a 17 anni, Hanif dopo aver perso l’amico-socio indiano  vorrebbe tornare a casa da eroe. Si imbatte in Mal, un pistolero moribondo che ha con sé lingotti d’oro rubati e immagina sia la sua occasione. Decide di curarlo e di accompagnarlo alla fornace dove potrà avere la sua parte. Sulle loro tracce c’è pero un gruppo di soldati determinato a far rispettare la legge in una terra dominata dal caos.

Per la sua opera prima il giovane Roderick MacKay, anche sceneggiatore, mira a un impianto visivo imponente: fotografia luminosa, formato panoramico per incorniciare l’estensione del paesaggio, ritmi quasi contemplativi, scardinati da esplosioni di violenza improvvisa. Nulla di particolarmente nuovo in verità. Le regole sono quelle che ormai conosciamo del western made in Australia, con il trauma della colonizzazione e del genocidio a sorreggere l’impianto. C’è la natura ostile che sembra maledire ogni personaggio che osa attraversarla. E c’è, fortissima, l’influenza del John Huston de Il tesoro della Sierra Madre, di cui The Fornace è di fatto una rivisitazione a mo’ di parabola. Si tratta infatti di un coming of age morale, dove l’avidità e l’ambizione corteggiano il protagonista trasformando la sua traversata in una ballata di sangue e morte, da cui è possibile uscire solo rinunciando ai lingotti.

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L’idea più interessante è però quella di ripensare l’outback australiano di fine ‘800 quasi fosse un territorio neutro in cui mettere in relazione le dinamiche neoimperialiste contemporanee. È come se fossimo già in piena globalizzazione, in una no man’s land virtuale simile a quella in cui viviamo attualmente: indiani, arabi, cinesi, anglosassoni, tutti uniti nella folle corsa all’oro (il Capitale) o nella sua negazione (gli indigeni che rifiutano la “pietra” che fa diventare matto l’uomo bianco). Per questo il film diventa nel finale anche la proiezione di un mondo edenico che parla all’oggi, fondato sulla condivisione tra razze e sul rifiuto della corruzione. La possibilità di un (nuovo) Nuovo Mondo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)

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