The Girl with the Needle, di Magnus von Horn

Ispirato a una vicenda realmente accaduta alla fine della Prima Guerra Mondiale, un film formalmente rigoroso e formalmente seducente che però neutralizza la tensione. CANNES 77. Concorso.

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Una discesa all’inferno con le prospettive deformate del cinema espressionista. The Girl with the Needle, titolo internazionale di Pigen Med Nålen, terzo lungometraggio del cineasta svedese Magnus von Horn, richiama quel periodo sia da un punto narrativo sia formale. La vicenda, ispirata a una storia vera che ha traumatizzato l’opinione pubblica danese alla fine della Prima guerra mondiale, è ambientata infatti nel 1918 a Copenhagen e segue la lotta per la sopravvivenza di Karoline (Vic Carmen Sonne), una giovane operaia prima sfrattata di casa, poi sedotta e abbandonata dal titolare della fabbrica dove lavora da cui è rimasta incinta. Rivede poi il marito creduto morto che è tornato dalla guerra ma ha il volto ormai deformato ed è impotente. Disperata, vuole solo abortire. In un bagno pubblico conosce Dagmara (Trine Dyrholm), una donna carismatica che si occupa di adozioni clandestine che le dice di aver affidato la sua bambina appena nata a una famiglia benestante e la prende a lavorare con sé come balia. Ma Karoline non può immaginare il segreto atroce che si nasconde dietro l’attività di Dagmara.

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I volti in primo piano su sfondo nero, scomposti, allucinati, plasmati e ricomposti dalla luce sui titoli di testa portano dalle parti di un saggio di videoarte. La lingua diventa principalmente un elemento in cui i suoni contano di più del significato delle parole. Il danese di The Girl with the Needle ha così la stessa funzione dello svedese del primo film del regista, The Here After e del polacco del secondo, Sweat, presentato sempre in concorso al Festival di Cannes del 2020. I dettagli della pupilla anticipano già la dimensione allucinata che permea un bianco e nero che ha la potenza espressiva del cinema muto e richiama anche quello di Pawel Pawlikowski tra Ida e Cold War mentre la precisa composizione geometrica delle inquadrature lo avvicina all’opera di Ruben Östlund, come si può vedere nell’inquadratura della fabbrica quando il titolare annuncia alle dipendenti che la guerra è finita. The Girl with the Needle si adagia sulla sua eleganza formale, alzando ancora di più il tiro quando replica l’inquadratura dell’uscita dalla fabbrica come quella dei fratelli Lumière e si affida alla forza dei primi piani delle sue ottime protagoniste, Vic Carmen Sonne nel ruolo di Karoline già vista in Godland. Nella terra di Dio e nella serie di von Trier The Kingdom. Exodus e Trine Dyrholm, attrice spesso diretta da Thomas Vinterberg e Susanne Bier oltre ad essere stata protagonista di Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli. È proprio nel rapporto tra fascino, dipendenza e terrore di Karoline nei confronti di Dagmara che The Girl with the Needle entra nel vivo, anche se poi la tensione e la dimensione macabra sono come congelate proprio perché la componente evocativa e pittorica sono predominanti. In questo modo anche le azioni mostrate perdono però parte della loro efficacia come quella in cui il marito di Karoline si toglie la maschera o la protagonista che viene fatta visitare e poi cacciata dalla diabolica madre del titolare della fabbrica. Il cinema di von Horn è elegantemente accademico, regge per buona parte della sua durata e poi nella parte finale mostra di non reggere del tutto il peso della storia. Quello del cineasta è sicuramente uno sguardo interessante che andrebbe depurato di una cinefilia che smorza la crudeltà che poteva manifestarsi nelle sequenze del circo o in un epilogo di una storia già tinta di nero, dove il rigore è una risorsa ma anche una barriera.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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