The Great Hack – Privacy violata, di Karim Amer e Jehane Noujaim

Ricordate la scena di The Matrix, in cui Morpheus spiega a Neo la struttura del sistema e quest’ultimo si lascia distrarre da una donna in rosso, errore potenzialmente fatale? Ci si sente quasi allo stesso modo, calcando la spirale narrativa del documentario Netflix The Great Hack, che racconta l’ultima inquietante evoluzione di quel transito e filtraggio di data che ormai inarrestabile è stato denunciato e raccontato anche dal cinema – vedi A Good American e Snowden.

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Esterrefatti pseudo-Neo, vent’anni dopo, ascoltiamo, guardiamo, sbirciamo dietro lo squarcio sempre più profondo aperto dal flusso delle testimonianze e rivelazioni messe ordinatamente in fila da Karim Amer e Jehane Noujaim (che insieme hanno firmato The Square – Dentro la rivoluzione). David Carroll, insegnante di informatica, che avviò una causa contro la società britannica di consulenza Cambridge Analytica per visionare e riappropriarsi dei dati utilizzati dalla stessa durante le elezioni presidenziali; Carole Cadwalladr, giornalista d’inchiesta per il The Guardianche più di tutti andò in profondità nell’investigare sulla Cambridge Analytica; e Brittany Kaiser, braccio destro del CEO Alexander Nix di Analtyca, che si occupava attivamente del rapporto con i clienti. Il protagonista è l’anno 2016, e da lì si dipanano tutte le traiettorie del documentario, tese e dritte verso la maxi inchiesta e il processo che travolsero nel 2018 anche Facebook, scoperchiando connivenze e collaborazioni tra sedicenti gruppi affaristici e di marketing, politica e social network. Lo stesso social che Barack Obama per primo sfruttò con innovativo utilizzo e travolgente successo durante la sua prima campagna elettorale.

The Great Hack, interpolando immagini, testimonianze, infografiche e cronaca, riesce nell’intento di raccontarci uno scandalo che ha scosso le coscienze, ma che è ancora ben lontano dallo smantellamento del mercato di dati, e dal loro utilizzo potenzialmente improprio. Ciò che urla a gran voce per tutto il documentario è proprio questo senso di urgenza, questa necessità che una regolamentazione venga messa in atto, che ciò che lo stesso film ci racconta è solo la punta agghiacciante e acuminata di un mostro ancora sommerso. Di questo intento divulgativo e programmatico ne fa in parte le spese il documentario, non solo – e non tanto – per la traccia troppo aperta del suo svolgimento, che schiude tanti punti interrogativi, spunti di approfondimento, col potenziale effetto di alzare l’asticella del senso di impotente osservazione e inquietudine nello spettatore. È quando la strategia del far indignare informando risulta troppo assottigliata a beneficio del punto di vista dei suoi personaggi, che The Great Hack perde il suo liscio percorso, e l’attrito cigola e stride quando lo sguardo si posa e si sovrappone a quello di Brittany Kaiser. Nel raccontare questa figura ambigua e controversa, il documentario sembra abbandonarsi tra le maglie di un’osservazione quasi acritica, rotolandosi tra le morbide lusinghe dello scoop dato dall’imponenza mediatica dell’intervistata-testimone. Questo sbilanciamento che a tratti si percepisce, e questa sovrapposizione tra punti di vista e intenti, fanno di The Great Hack un documentario non riuscito in pieno, eppure un assemblaggio di informazioni utilissime per chi voglia approfondire l’argomento, e per tutti gli interrogativi che suscita.

Social login – Facebook – Privacy – Persuadables – Fake news – Trump – Brexit. L’equazione è inquietante, eppure logica e plausibile, se pensiamo a tutte le favole distopiche che ci siamo sempre raccontati e che da decenni turbano i nostri sogni sulla tecnologia. Logica e plausibile, se pensiamo a come ricalchi le tracce del passato, Kennedy e Nixon, l’uso pervasivamente politico della televisione, il Vietnam, i videogames, Reagan, l’allunaggio, e via via fino all’11 settembre e la strategia del terrore di Cheney e Bush. Inquietante, se osserviamo come le caselle coi nostri dati si riempiano sempre più di informazioni e algoritmi di previsioni comportamentali (siamo in Matrix o in Minority Report?), a come uno strumento di condivisione ed espressione stia sempre più diventando un mezzo di (dis)informazione pronto a tornare indietro e scagliarsi dove ci fa più male.

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