The Great Yokai War: Guardians, di Takashi Miike

Un Miike inaspettatamente emotivo, che parte dalla cornice folcloristica per ragionare metaforicamente sul suo cinema. È il culmine del nippo-fantasy moderno. Stasera all’Asian Film Festival a Roma

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È incredibile come il cinema di Miike materializzi costantemente nuove figurazioni, per infondere di spirito ipertrofico tutto ciò che racconta. Anche quando parte da una cornice tradizionale come quella mitologico/folcloristica, sembra sempre trasfigurarne i codici di base, in vista di una contaminazione impellente con le riflessioni, i vezzi e i tratti idiosincratici della sua filmografia. In The Great Yokai War: Guardians il regista mutua dal prequel spirituale del 2005 tanto l’iconografia, quanto l’andamento narrativo, al fine di tessere un dialogo ossessivo con i trascorsi del suo cinema, e per estensione della cinematografia nipponica più mainstream. Le storie di yokai (i “mostri” del folclore giapponese) si fondono qui con le figurazioni spettacolarizzanti dei kaiju, in un orizzonte metam(orfico) che tratta lo schermo come spazio onirico in cui generare i fantasmi del racconto. La matrice propria di una cornice filmica bidirezionale, tesa continuamente tra la collettività di pensiero e una soggettività di sguardo.

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Partendo da uno scenario tradizional-popolare, Miike adegua i canoni iconografici del racconto alla sua visione personale. Nella storia (e nell’aspetto) del piccolo Kei Watanabe (Kokoro Terada), un bambino di dieci anni che per motivi genealogici, è chiamato a guidare il fronte degli yokai “benevoli” contro mostruose creature dalle intenzioni feroci, ritroviamo quelle (drammatiche) figure giovanili tanto care al cineasta. In The Great Yokai War: Guardians tutto tende, di fatto, alla rielaborazione infantile del conflitto attraverso la lente folcloristica. Proprio come i bambini di Young Thugs: Nostalgia – il più autobiografico tra i film di Miike – e il suo omologo originale del 2005, Kei deve lasciare il “nido” per rifugiarsi in un conciliatorio mondo di fantasia. Perché nella cornice domestica il padre è scomparso, mentre la madre è divisa tra il lavoro e la famiglia. Insieme a suo fratello minore deve allora liberarsi delle presenze maligne che infestano (anche il suo) mondo, per ritornare ad abbracciare un nucleo famigliare sull’orlo del baratro.

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Un percorso che Miike, da grande narratore qual è, presenta sotto forma di un racconto d’avventura. Tra spiriti ancestrali e creature naturali, tra figure mitologiche e metamorfosi animalesche, in The Great Yokai War: Guardians il cineasta associa al protagonista una teoria di aiutanti stravaganti, che sembrano emergere non solo dalla tradizione folcloristica del paese, ma dal suo stesso cinema. La maschera della ragazza-volpe (la Hana Sugisaki di Blade of the Immortal), unita al trucco prostetico dei numerosi yokai, ricorda le bizzarre figure umane (i surreali criminali di Dead or Alive) e (dis)umane (la rana lottatrice di Yakuza Apocalypse o gli spiriti di Gozu) che si agitano nell’immaginario cinematografico del regista. Una contaminazione di volti e immagini, che si moltiplicano per partenogenesi, al servizio del più puro e sfacciato intrattenimento.

Oltre alla (ri)memorazione del passato (personale e collettiva), a dominare The Great Yokai War: Guardians è anche un’attenzione chirurgica alla contaminazione di genere. Ad una riconciliazione storico-genealogica, con Kei che segue/sfida le orme del suo antenato mentre gli yokai cercano di sotterrare l’astio secolare, Miike affianca una cornice estetica ontologicamente ambigua, in cui le linee di confine sono sempre più labili e sfocate. Il dramma confluisce con naturalezza nel grottesco. La commedia nell’avventura fantascientifica. In un rifiuto delle etichette preconfezionate, che protende verso l’alterità filmica, per culminare in un epilogo inaspettatamente emotivo, dove i codici del musical rispondono metaforicamente all’esigenza di una possibile catarsi narrativa. E per quanto Miike non replichi qui le vette esistenzialiste di Visitor Q o i fasti melodrammatici di Blues Harp, dimostra comunque una capacità unica nel rendere personali (e soggettive) storie e icone appartenenti ad un immaginario condiviso. In un racconto dal DNA certamente lineare, i cui paradigmi espressivi sono talmente arbitrari, che ne decretano un’atmosfera di originalità anche in seno alla più decantata convenzionalità. L’ennesima affermazione di un artista senza pari, che ragiona sul suo stesso cinema per condurlo verso orizzonti inediti che nessuno, come lui, è attualmente in grado di attraversare.

Titolo originale: Yokai daisenso gadianzu
Regia: Takashi Miike
Interpreti: Kokoro Terada, Hana Sugisaki, Sakura Ando, Ray Inomata, Nao Omori, Ryunosuke Kamiki, Koji Ohkura, Takahiro Miura, Eiji Akaso, Sumire, Nanako Matsushima, Kenichi Endo, Renji Ishibashi, Akira Emoto, Takao Osawa, Kazuki Kitamura, Yuko Oshima
Durata: 116′
Origine: Giappone, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
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