The Hive, di Christophe Hermans

Presentato ad Alice nella città, tratto da un romanzo, è la storia di un mamma e delle le sue tre figlie dopo il divorzio, dalle incomprensioni adolescenziali ai problemi derivanti da una malattia

Nella disgregazione, nel disfacimento, bisogna cercare i legami indissolubili, le persone care, abbracciarsi alle sicurezze. E dove se non nella famiglia esistono legami così robusti? Cosa avviene quando proprio la famiglia si rende responsabile suo malgrado di grande sofferenza e di molti problemi? Dove si trova a quel punto la forza di guardare avanti? La famiglia di La ruche, il titolo originale, tratto da un romanzo di Arthur Loustalot, vive in stato d’assedio, a causa di un divorzio, ma soprattutto per la malattia di Alice, Ludivine Sagnier, che interpreta il ruolo della madre, affetta da un grave disturbo della personalità, e responsabile di tre giovani figlie, due in età adolescenziale e l’ultima appena uscita dall’infanzia.

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Quello di Christophe Hermans è soprattutto un film sulle donne e sulle energie insospettabili di cui sono dotate. Il racconto gravita attorno alle loro storie all’interno dell’appartamento parigina dove vivono, libera le tensioni in uno spazio solitamente accogliente, seguendo principalmente la sorte di Alice, resa ancora più fragile dalla separazione. Ma quei frangenti e quelle mura raccolgono anche gli umori di Marion, Claire e Louise, la loro tenacia, le debolezze e l’incoscienza di un’età pensata per sognare ed amare, ma finita ovviamente ad essere l’autostrada per la maturità, ed esempio di una crescita repentina. La loro innocenza, gli sbagli di ribellione, tutto verrà compromesso da un vortice, ed aprirà ad altri interrogativi su un’istituzione ormai dalle fondamenta corrotte.

Queste ragazze in divenire rappresentano appunto le rocce del titolo. La loro è una navigazione verso un porto minato dal dolore eppure unico approdo possibile per l’attracco. Alla figura del padre è riservato una parte piccola, non tanto per evocare l’assenza quanto per sottolineare la distanza. Con il passare dei minuti cresce la consapevolezza di una disgrazia imminente e di una situazione impossibile da gestire, come fosse un cielo che si riempie di nubi, l’indizio di una tempesta imminente. Durante l’escalation drammatica, disegnata dall’interpretazione della Sagnier dalle mille sfaccettature, ora nervosa, ora assente, spuntano comunque tanti momenti di tenerezza, la sintonia e la dolcezza, lo sguardo resta delicato, ed indugia piuttosto sulla mimica facciale, centro spontaneo di ogni emozione. Altra riflessione possibile è quella sul mondo degli adulti, declassati dagli eventi, e sul rapporto generazionale, con le solite incomprensioni, e l’insicurezza di diventare genitori senza esserne abbastanza all’altezza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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