The Hole, di Tsai Ming-Liang

di Bruno Roberti


SCHEDA

Titolo originale: id.

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SCRIVERE PER LA TV: il workshop sulla sceneggiatura per la serialità


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Regia: Tsai Ming-Liang

Sceneggiatura: Yang Ping-Ying, Tsai Ming-Liang

Fotografia: Liao Peng-Jung

Montaggio: Hsiao Ju-Kuan

Scenografia: Lee Pao-Lin

Coreografie: Joy Lo

Interpreti: Yang Kuei-Mei (la ragazza del piano di sotto), Lee Kang-Sheng (il ragazzo del piano di sopra), Miao Tien (cliente nel magazzino), Ton Hsiang-Chu (l'idraulico), Lin Hui-Chin (un vicino), LinKun-Huei (il ragazzino)

Produzione: Arc Light Films/Haut et Court

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 95'

Origine: Taiwan, 1997.

Cronache entomologiche da Taiwan

Negli occhi rimane la forza dolce e disperata del finale di The Hole: lui e lei stretti in una danza lenta, struggente sulle note "anni ‘50" del song di un musical, nei pochi metri squallidi di una stanza, mentre fuori continua incessantemente a piovere. Una pioggia acida, sporca, senza fine, che percorre le immagini e quasi le corrode. "Ho detto ai produttori che volevo filmare la pioggia" ha dichiarato Ming-Liang, e questo perché l’immagine che aveva del futuro era una pioggia battente che avvolgeva tutto. Il segno di un finire che, paradossalmente, non cessa di avere termine, di una lenta decomposizione, di un disfacimento e di una contaminazione che scrosta e intacca innanzitutto i rapporti tra gli esseri umani. Una fine che prolunga la terra desolata nel paesaggio interiore delle anime, secondo i versi conclusivi di The Hollow Men di Eliot: "E’ questo il modo in cui finisce il mondo / non con uno schianto ma con un lamento".

Il film sembra avere un doppio movimento, quello di un risucchio, del precipitare in un vuoto, appunto in un "buco", e insieme quello di uno sciogliersi attraverso questa stessa cavità, come se il buco fosse una ferita che risana. Il buco è quello che un idraulico pratica nel pavimento dell’appartamento angusto dove abita un ragazzo e che si apre sul soffitto di chi abita di sotto, una ragazza inerme e sognatrice. Siamo a sette giorni dalla fine del secolo, spettatori inermi del tramonto della civiltà, in una Taiwan degradata e corrosa negli spazi e nei tempi vitali, un ecosistema rovesciato in disfacimento, percorso da una misteriosa epidemia che si diffonde stillando lentamente come l’acqua putrefatta che cola nell’enorme caseggiato labirintico. La malattia induce la gente a comportarsi come insetti kafkiani, fuggendo la luce. Gli interstizi neri e bui racchiudono come una atroce parentesi tutto il film, dal nero su cui risuona la voce che dà istruzioni per lo sfollamento dalla zona contaminata, al nero su cui continua a echeggiare il dolce ballabile che allaccia i due ragazzi in un ultimo sogno. Loro rifiutano di andarsene, persistono ad abitare innanzitutto la propria "psicofisicità". Del resto il film inizia con il ragazzo che dorme su un divano, e una specie di torpore tenero e cupo avvolge il loro muto rapporto che piano piano si insinua, attraverso il buco del pavimento-soffitto. La cavità lascia passare scarafaggi, il vomito improvviso del ragazzo, i liquami, I rumori, ma nello stesso tempo, mentre viene incollato, tappato, rimosso da lei, lentamente viene allargato, scavato, liberato da lui che prima vi introduce una gamba e la lascia penzolare, poi il suo braccio porge dall’alto un bicchiere d’acqua alla ragazza che lo beve e lentamente, si lascia sollevare su verso il soffitto, come in un equilibrismo dolce e sospeso.

Come già in Vive l’amour e in The River anche qui Ming-Liang costruisce un ambiente psichico, il vuoto zen di spazi della purezza stilistica di un Antonioni o di un Ozu. Con estrema concretezza, distribuisce un’aura metafisica, riesce mirabilmente a rendere materiale e quotidiano un universo simbolico. In The Hole l’incontro tra il ragazzo e la ragazza avviene attraverso una comunicazione sottile e muta, punteggiata e incanalata con I colpi di genio visivi della concretizzazione delle fantasie di lei, veri e propri numeri di musical nello stile dei film taiwanesi finto-hollywoodiani degli anni ‘50. Le minicoreografie in cui lo squallore delle scale del caseggiato, gli ambulacri, i ballatoi, le cantine e gli ascensori si accendono dei colori saturi e si ordinano nelle quinte geometriche dei musical di Donen o di Minnelli, sono punti di fuga del film che, lungi dal portare fuori di sé l’ossessività del racconto, lo racchiudono ancora di più in un bozzolo di interiorità, liberandone però l’immaginario e scoprendo le ragioni del cuore che la ragione non conosce, come direbbe Pascal.

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