The Invisible Man – L’uomo invisibile, di Leigh Whannell

Archiviato il progetto Dark Universe dopo la tiepida accoglienza riservata a La mummia di Alex Kurtzman, la Universal si affida alle sapienti mani di Jason Blum per riportare in vita il proprio catalogo di mostri classici: L’uomo invisibile targato Blumhouse si trasforma così in un reboot più intimo e libero, totalmente slegato dalla tradizione del personaggio e lontano dai canoni preconfezionati del blockbuster più convenzionale. Non un adattamento del romanzo di H.G. Wells, quindi, né tantomeno un remake del capolavoro di James Whale del 1933 (per non parlare ovviamente delle reinterpretazioni autoriali di Le avventure di un uomo invisibile di Carpenter e L’uomo senza ombra di Verhoeven, lontane anni luce). Forse è il primo horror dell’era #MeToo, di sicuro il più esplicito: quello in cui l’uomo stalker e violentatore è l’uomo che non si vede, e viceversa, con tutto quel che ne consegue in termini di rappresentazioni di genere. Ma non solo, è anche l’uomo invisibile che sfrutta tutta la tecnologia a sua disposizione per portare avanti i suoi propositi, trasformando il film in uno dei pochi horror contemporanei davvero capaci di lavorare sul controcampo e sull’immagine, costantemente filtrata e tradita dai dispositivi (telecamere, cellulari, tablet) e, di conseguenza, dalla cinepresa. Dall’occhio. Una metafora scoperta e cristallina ma non per questo meno efficace, anche perché lo script di Whannell sa come rilanciare la tensione, reinventandosi continuamente e costringendo lo spettatore a interrogarsi su cosa verrà dopo, spiazzandolo e cogliendolo di sorpresa, grazie a un utilizzo consapevole e calibratissimo dei tempi e degli spazi (basterebbe soltanto la strepitosa sequenza iniziale per fugare qualsiasi dubbio).

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La scelta dell’ottima Elisabeth Moss di The Handmaid’s Tale nel ruolo di protagonista femminile poi non è certo casuale, ed è la naturale evoluzione del vento di cambiamento che sta soffiando a Hollywood e nel mondo: qui la donna non sconta soltanto la propria condizione di vittima dei soprusi, ma si ritrova anche a dover dimostrare la verità davanti a una società che non le crede, finendo per mettersi ulteriormente in pericolo (diventando invisibile a sua volta?). E si potrebbe allargare il discorso anche al di fuori di una lettura esclusivamente in chiave femminista: come già David Robert Mitchell con il suo It Follows, anche Whannell utilizza l’horror per mettere in scena una minaccia inintelligibile che non si riesce a vedere; uno specchio triste, inquietante e terribilmente attuale dei tempi difficili che stiamo vivendo, perché il cinema sa, può e deve anticipare la realtà, non soltanto rielaborarla a posteriori. Le idee, i timori, i campanelli di allarme e i sentori di pericolo sono già ovunque intorno a noi, basta saperli cogliere. E Whannell (ma soprattutto Blum, non dimentichiamolo) è pienamente consapevole delle potenzialità del genere nell’intercettare, anticipare e pilotare gli umori del presente.

In che senso pilotare? Qui cominciano i problemi. Pur senza dimenticare tutte le notevoli intuizioni di cui sopra, è francamente difficile soprassedere sulle scelte di scrittura (e sulle loro motivazioni) di un terzo atto che costringe a ripensare quanto visto fino a quel momento. Perché lo sguardo è sempre e comunque una questione di prospettiva. Quella di chi racconta dal basso, sporcandosi le mani, e quella di chi lo fa dall’alto senza mettersi in discussione. Jason Blum è uno di quelli che raccontano dall’alto: conosce i gusti del pubblico, conosce le regole del mercato e conosce anche il mondo che gli sta intorno, tutta la sua produzione sta lì a dimostrarlo. Sa bene cos’è che lo spettatore vuole vedere davvero e glielo offre, indicandogli da quale parte schierarsi di netto senza domandarsi cosa sia giusto e cosa sbagliato. Senza scandagliare mai la complessità del reale. Persino in alcuni dei polizieschi più monolitici e conservatori degli anni Ottanta, dalla Cannon in poi, si avvertiva un sentore generale di malessere e di sconfitta, una resa, un dubbio insinuato sottopelle; ma qui no. Qualsiasi ambiguità è messa al bando, e i ruoli sono sempre ben definiti senza alcuna sfumatura di sorta. Anche in questo L’uomo invisibile si aggancia perfettamente al sentire comune della contemporaneità, è innegabile; ma lo fa con uno spirito che turba e dovrebbe far riflettere.

Titolo originale: The Invisible Man

Regia: Leigh Whannell

Interpreti: Elisabeth Moss, Oliver Jackson-Cohen, Storm Reid, Aldis Hodge, Harriet Dyer

Distribuzione: Universal

Durata: 124’

Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.25 (4 voti)