The Island; di Michael Bay

Cinema di occhi e di mani quello di Bay, ma soprattutto cinema salvo, purificato, capace di farci rivedere le cose con occhi e desideri differenti, teorizzando un'isola che non c'è appunto, ma che a ben vedere esiste nella bellezza totale dell'amore.

Immagini di amore, di vita, di resurrezione, sparati come frammenti infuocati di un videoclip che viaggia rasente alla vita. Torna tutto il cinema di Micheal Bay in The Island, tutta quell’energia sprigionata come un fiume in piena di Armageddon, quell’intensità lancinante di Pearl Harbour, l’abissalità dei due Bad Boys. Cinema puro e semplice, immaginato e diretto come il disegno incerto di un bambino che crede ancora nel mondo, nella vita, nel contatto e perché no, nella salvezza. Ecco, a pensarci bene questo prodigioso The Island è una grande opera sulla salvezza dell’uomo e dell’immagine, un rifugio sicuro dove si nasce e si muore per poi rinascere un’altra volta e ancora una volta morire. Come quell’accecante biancore iniziale che ci ricorda qualcosa di lucasiano (forse THX 1138 ?) e poi quegli sguardi appena lanciati e già persi tra i due protagonisti che si mirano in lontananza,  ma che non possono toccarsi per via della “legge sulla prossimità”. Tutto è così meravigliosamente semplice, diretto e profondo in Bay da farci riscoprire la bellezza incontaminata di un semplice toccarsi (Mc Gregor, quella sua mano che va a posarsi sul braccio della Johansson) che è poi l’architrave del cinema, quel primo contatto, quella spinta ad uscire fuori di sé e a toccare il mondo, a cercare di afferrarlo, (ricordate la Tyler di Armageddon, quel suo spingersi davanti/oltre lo schermo per toccare/guardare un’ultima volta il padre)..) e poi a ri/perderlo. Già, il mondo, o per meglio dire quell’isola che i detenuti/cloni del film desiderano come la speranza che dà senso alla vita, quella luce che promette mondi da scoprire e da vivere, ma che poi è pura inanità della percezione, perché in fondo siamo/sono chiusi in gabbie di vetro, la tattilità è perduta, se c’è mai stata…Ecco allora levitare sullo sfondo le asimmetrie cocenti di un cinema ancora capace di fabbricare illusioni (il biancore allucinato che si stempera nel grigio verdastro dell’incontro tra Mc Gregor e Buscemi all’interno dell’officina sotterranea) e poi di disperdersi e infine concentrarsi sempre e comunque sui corpi. Quelli bianchi dell’inizio (i cloni e il loro mondo sotterraneo), quelli umani, follemente umani del seguito.

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Ci viene in mente Buscemi in particolar modo, quegli occhi sempre sull’orlo della pazzia incontrollata che trovano il coraggio di guardare davvero altrove e di immolarsi come vittima sacrificale per i due protagonisti, quelli presenti/assenti della farfalla raccolta da McGregor che è spia luminosa e commovente che fuori, da qualche parte, c’è davvero il mondo, e poi quelli strabilianti di Hounsou (già fulcro di In America di Sheridan), che hanno il coraggio di irrompere nella coazione a ripetere della pazzia genetica e guardare, sì, certo, prima attraverso il filtro degli occhiali da sole sull’highway in cui Bay gira come un forsennato e poi senza, in quel finale dove i suoi occhi diventano la più radiosa delle m.d.p e si protraggono dall’interno all’esterno, con un sorriso, una piega del volto mutata in distensione. Cinema di occhi e di mani allora, ma soprattutto cinema salvo, purificato in un certo senso, capace di farci rivedere le cose con occhi e desideri differenti, teorizzando un’isola che non c’è appunto, ma che a ben vedere esiste nella bellezza totale dell’amore (la sequenza in cui i protagonisti fanno l’amore per la prima volta) e dell’approccio primigenio alla vita, al sentimento, all’emozione. Uno dei personaggi del film, rivolgendosi a coloro che dovranno acciuffare i due fuggiaschi, afferma che i due sono cloni e che non avendo alcun tipo di esperienza del mondo esterno, si comportano e pensano come bambini. Ecco la parola chiave allora, vedere e vivere come bambini, ma soprattutto guardare al cinema come ad un grande giocattolo di amore e di morte, di vita, certo, e di liberazione. Perché in fondo The Island è veramente uno dei grandi film liberi e liberati degli ultimi anni (Spielberg produce e forse non è un caso), con quel finale in cui il bianco clonato dell’interno si riversa sui monti e sulle strade, correndo, inciampando, e continuando a correre. Sporco di vita.

Titolo Originale: Id.

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Regia: Michael Bay

Interpreti: Ewan McGregor, Scarlet Johansson, Djimon Hounsou, Steve Buscemi, Sean Bean, Michael Clarke Duncan

Distribuzione: Warner Bros Italia

Durata: 127′

Origine: Usa, 2005

La valutazione della redazione di Sentieri selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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