The King’s Man – Le origini, di Matthew Vaughn

Un film a tratti masochista, che vuole essere ciò che non sarà mai e disperde alcuni ottimi spunti per l’ansia di riscatto del suo regista. E alla fine dello spirito della saga non rimane più nulla

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Quello di Matthew Vaughn è un cinema sempre più paradossale Costantemente accelerato, stilizzato, ironico, eppure fermo su sé stesso, chiuso nelle sue idee visive, che tornano film dopo film.

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Dopo Kingsman – Il cerchio d’oro, definitivo svelamento di una regia ostaggio della coazione a ripetere, The King’s Man – Le origini è dunque il film con cui Matthew Vaughn prova a rilanciarsi, tentando di esorcizzare la sensazione di aver finito le idee. Non è un caso, forse, che il film sia un prequel sulla nascita dell’agenzia d’intelligence dal punto di vista del suo fondatore, lord Oxford e di suo figlio, impegnati a sventare una cospirazione durante la Prima Guerra Mondiale. Si riparte dall’inizi, dunque una scelta che sa di tabula rasa e che obbliga Vaughn, a rileggere la saga da nuove prospettive.

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Le ambizioni della regia sono chiare già dalla scena d’apertura, che cita Lawrence d’Arabia di David Lean. Vaughn punta ad un film colto ma trasversale, che guarda alle atmosfere seriose dei romanzi di Le Carré con un approccio che coniuga passo pop ed afflato d’autore.  Vuole dimostrare il suo eclettismo Vaughn, portare alla luce la sua vena autoriale, parte da spazi conosciuti e si sposta tra Sam Mendes di 1917 (praticamente ricalcato in alcune sequenze),  Gioco di ombre di Ritchie ed i tempi dilatati della serialità. Ma la presa sui materiali è debolissima, il passo nervoso, quasi straniante ed il risultato finale privo di personalità, sostenuto praticamente solo da un’erudizione di facciata. Il film non esce mai davvero dai suoi spazi e, anzi, lentamente finisce per girare a vuoto, attorno al solito manierismo.

Qualcosa, quindi, alla fine si rompe e The King’s Man – Le origini  diviene un film apertamente schizofrenico, diviso tra ciò che vorrebbe essere e ciò che non può non essere, tra il film a cui punta Vaughn e la sua vera natura.

The King's Man

È una sorta di rivelazione. Perchè mentre la regia affoga dunque nei riferimenti eruditi, sottotraccia si intravedono infatti i contorni di un prodotto dal potenziale straordinario, che con piglio teorico riflette sul potere trasformativo del cinema. Matthew Vaughn infiltra la Storia con lucidità, porta in scena fatti reali riattraversati però dal suo sguardo sornione, trasforma i prodromi del conflitto in una pantomima di bambini, trasforma Rasputin in un assassino tanto grottesco quanto affascinante e lascia che a tirare i fili del complotto sia un impossibile gruppo di nemesi della Storia, come in un supremo incubo complottista.

È forse questo il Kingsman che sarebbe dovuto essere fin dall’inizio, eppure tutti questi spunti finiscono per smorzarsi, come se lo stesso Vaughn volesse forzare il film a tornare in spazi che in realtà non gli appartengono davvero.

Alla fine il passo non può che cedere. Ormai consapevole di quanto il suo film manchi di personalità Matthew Vaughn, corre ai ripari, con una sequenza che vorrebbe aggressivamente ripensare i punti di riferimento del film. Cerca un disperato Shyamalan twist ma quello che trova è un capriccio, un disperato grido d’aiuto, che distrugge tutto ciò che era stato costruito fino a quel momento. Da quel momento il film naufraga per rinascere in una nuova, inattesa forma. L’ultimo atto di The King’s Man è una sorta di Bond movie apocrifo che si diverte a ripensare le atmosfere de La spia che mi amava. È il momento in cui Vaughn respira a pieni polmoni, ottenendo forse quella legittimazione che cercava dall’inizio. Ma questo non è più Kingsman, è una fantasia del suo regista.

Riesce ad assestare qualche buon colpo, The King’s Man – Le origini, che tuttavia rimane un film asfissiante, dominato dall’ansia programmatica di Matthew Vaughn, a cui ormai il mondo che ha creato sta stretto. Un film pop che tuttavia esiste solo in funzione del suo creatore, involuto, che più o meno apertamente rifiuta la sua stessa appartenenza al franchise.

 

Titolo originale: The King’s Man
Regia: Matthew Vaughn
Interpreti: Ralph Fiennes, Gemma Arterton, Djimon Hounsou, Rhys Ifans, Harris Dickinson, Daniel Brühl
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures
Durata: 131′
Origine: Uk, USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7
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Il voto dei lettori
3 (9 voti)
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