The Last Ones, di Veiko Õunpuu

Il film estone candidato per l’Oscar 2021 arriva al Tertio Millennio Film Fest su MyMovies. Western moderno secondo i dettami dello slow cinema, tra lotta e contemplazione

Veiko Õunpuu è uno dei registi di punta della scena baltica. Maggiormente conosciuto per Autumn Ball (2007), premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, e The Temptation of St. Tony (2009), dove il protagonista si perde in una selva oscura moderna fatta di mani mozzate e paludi, il cineasta ritorna dopo 5 anni con un film che parla nuovamente di perdizione.

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The Last Ones inizia con dei minatori spaventati e sfruttati che vengono convinti dal capogruppo, tramite birre e festicciole, ad entrare dentro le viscere di una terra sempre più inaccessibile. È come se quella scena di sedata e breve rivolta, sapientemente tagliata dal montaggio che stacca dal conflitto per perdersi nei paesaggi freddi della Lapponia, sia una sorta di scheggia impazzita fuggita dalla camminata a testa bassa di Metropolis. Le riprese statiche e dilatate sui paesaggi algidi comunicano una sorta di quiescenza e desolazione che suggeriscono l’inutilità di compiere una rivolta verso il capo Kuri. Forse bisogna perdersi dentro la tundra per ritrovarsi e in The Last Ones sono Rupi e Riitta che si perdono. Le terre sacre della Lapponia vengono continuamente scavate e disturbate dall’essere umano e l’unica reazione possibile è quella di “crepare” insieme alla roccia che troppo a lungo è stata scavata. È proprio quando si valicano troppo i confini che la struttura perfetta di Kuri si sgretola miseramente. Basta il suo interesse per Riitta e la terra della famiglia di Rupi, per destare dal sonno la massa di minatori che a testa bassa finisce tra le fauci di un Moloch degno di Fritz Lang. Basta attaccare le radici per far partire la rivolta e mettere in difficoltà il selvaggio capitalismo di Kuri.

Il film di Veiko Õunpuu è un’opera che dialoga tra i codici espressivi del cosiddetto slow cinema fatto di tempi dilatati, desolazione, minimalismo e osservazione; e setting da western moderno dove l’unica alternativa sembra quella di lasciare un mondo che continuamente avanza, ma che è in totale caduta libera. La soluzione è ritornare alle radici, al selvaggio. Abbandonarsi alla frontiera come John Wayne in Sentieri Selvaggi o come i protagonisti di Van Sant in Gerry. Senza preoccuparsi di trovare dietro l’angolo la morte ad attenderci, ma anzi accettandola ora più che mai; considerando che non c’è più nessuno ad aspettarci a casa.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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