"The life of David Gale", di Alan Parker

Il David Gale del titolo è un corpo imprigionato dentro una cella, in attesa della condanna capitale, colpevole (a quanto dimostrato dall'accusa) di aver ucciso una donna. Si parte dunque dall'illuminazione iniziale (Gale raggiunto in prigione da una giornalista di una radio locale incaricata di intervistarlo e poi sempre più preoccupata di dimostrare la sua innocenza), per poi risalire a ritroso della vicenda, con un lungo flashback, attraverso gli squarci della vita passata di Gale, e i suoi trascorsi di insegnante universitario nonché impegnato attivista politico, sempre in lotta contro ogni tipo di ingiustizia (in primis, guarda caso, la pena di morte). Parker parte quindi da un interno, si volta indietro e incornicia l'attualità claustrofobica del presente con un excursus in cui scavalca la corporeità  di Gale, dandogli un'identità più precisa, mostrandocelo uomo fra gli uomini, fino al faticoso finale in cui le cose assumono un connotato diverso da quello mostratoci in precedenza. Parker è sempre più intrappolato nelle viscere oscure di un cinema di testa, più che di cuore. Sin dalle prime sequenze, il regista mette in atto un teatrino di forme  fasulle (il flashforward iniziale, l'arrivo nella grigia atmosfera texana della giornalista tutto istinto e buoni sentimenti), cucendo negli spazi assolutamente virtuali e inconsistenti del suo set un itinerario di ricerca che si muove da fermo, imprigionato in luoghi ricostruiti in virtù della propria funzionalità alla tesina da dimostrare. Ecco allora l'ambiente universitario (il campo/controcampo delle lezioni tenute dal protagonista, la cerchia di amici fidati e di studenti affascinati dalle sue idee anticonformiste), ma ancor di più la rincorsa della giornalista al recupero di prove utili allo scagionamento di Gale/Spacey in cui si avverte lo stanco girovagare su linee di pensiero/cinema assolutamente epidermiche, gettate nell'orizzonte dimostrativo dell'invettiva parkeriana quali tasselli in fondo trascurabili di uno sguardo che manca clamorosamente l'essenza del gioco rappresentativo. Non può d'altronde esserci gioco quando si ri-attiva il simulacro opaco del cinema inchiesta, e soprattutto quando si assiste alla messa in campo di corpi svuotati di ogni vitalità, restituitici alla visione quali meccanismi significanti/simbolici, pedine di un'invettiva che li sovrasta continuamente, umiliandoli. E' lontano da ogni tipo di trasparenza filmica/intellettuale il cinema di Parker, e ce lo dimostra ancora una volta soprattutto alla fine, quando, disperdendo anche l'intensità dell'unico momento "vero" dell'opera (il protagonista che vaga ubriaco su di un marciapiede, scansato dagli stessi studenti che fino a qualche giorno prima lo veneravano), giunge a un doppio, triplo finale, in cui Parker mutila le identità dei protagonisti, sottoponendoli ad un feroce massacro. Ci consegna nelle mani un cinema che è un oggetto pericoloso, un marchingegno tronfio e volgare di cui non ci fidiamo.


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Titolo originale: The Life of David Gale
Regia: Alan Parker
Sceneggiatura: Charles Randolph
Fotografia: Micheal Seresin
Montaggio: Gerry Hambling
Musica: Alan Parker, Jake Parker
Scenografia: Geoffrey Kirkland
Costumi: Renee Ehrlich Kalfus
Interpreti: Kate Winslet (Bitsey Bloom), Kewin Spacey (David Gale), Constance Jones (Reporter A.J. Roberts), Laura Linney (Constance Harraway), Lee Ritchey (Joe Mullarkey), Gabriel Mann (Zack Stemmons), Matt Craven (Dusty Wright), Brandy Little (cameriera motel), Cindy Waite (Margie), Jim Beaver (Duke Grover), Leon Rippy (Braxton Belyeu), Jesse De Luna (Supervisore alla soerveglianza), Vernon Grote (Sorvegliante)
Produzione: Nicolas Cage, Alan Parker per Saturns Films/Dirty Hands/InterMedia Film Equities/Universal Pictures
Distribuzione: U.I.P.
Durata: 131'
Origine: USA, 2003

 

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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