“The Lone Ranger”, di Gore Verbinski

Parafrasando una celebre striscia dei Peanuts sui 30 di Bob Dylan, i 50 anni di Johnny Depp sono “la notizia più deprimente che si possa mai sentire”: Lone Ranger sembra essere stato tirato su dalla lucrosa ditta Bruckheimer/Verbinski innanzitutto per esorcizzare la mezza età dell'attore-saltimbanco, e infatti così viene pubblicizzato, legato al compleanno di Depp più che alla riesumazione di un dimenticato eroe western degli anni '30 USA, del quale la sceneggiatura si preoccupa comunque di mantenere tratti caratteristici e battute ad effetto. D'altra parte, il pellerossa Tonto riunisce in sé le traiettorie salienti della carriera del nostro Johnny, a partire dalla sua metà cherokee, sviluppata lungo la linea Dead Man – Arizona Dream – Il coraggioso, sino alle piroette cartoonesche di Jack Sparrow, col pensiero chiaramente al Don Chisciotte mai realizzato di Terry Gilliam di cui Tonto richiama con ogni evidenza il Sancho Panza che Depp avrebbe dovuto interpretare. E però va subito detto che il vero ritratto dell'iconico attore Verbinski lo ha tratteggiato col precedente Rango, camaleonte in CGI che davvero rappresenta probabilmente l'interpretazione maggiormente emblematica della carriera del feticcio burtoniano: questa volta Verbinski è purtroppo talmente impegnato a replicare con i treni che corrono su binari paralleli i circensi scontri di balaustre, funi e scalette che hanno fatto la fortuna dei suoi abbandonati Pirati dei Caraibi, per prestare attenzione a doti del cast intero (coraggio, Armie, ti rialzerai) che non siano quelle plastiche/atletiche.

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Non gli giova nemmeno uno script verboso e elefantiaco che pretende di giocare di fino con improvvise riflessioni sulla musealizzazione (si veda la “cornice” al museo del West) della Frontiera che tramanda solo la versione ufficiale della Storia, tacendo del sangue e dei soprusi di cui sono stati vittime i nativi e i primi coloni nel nome della corsa all'oro (in questo caso si tratta di argento in realtà…) e del progresso della ferrovia. A raccontare della violenza nascosta nella leggenda ci pensa dunque la statua vivente di Tonto/Depp (che sia questa la vera metafora dei suoi 50 anni?), ma il suo prolisso racconto è talmente noioso che non si rianima neanche con gli omaggi scoperti a Leone, Ford, Peckinpah…

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Carente anche di azione rocambolesca, tutta concentrata in incipit e gran finale, Lone Ranger sembra aver fatto suo il modo di narrazione che Jerry Bruckheimer adotta per il suo pantagruelico reality show televisivo on the road, Amazing Race: a conti fatti, il film di Verbinski non è troppo lontano dalla lunga marcia di superamento del percorso a ostacoli che trasforma l'America in un parco a tema da attraversare come in una manche di Giochi senza frontiere, che è in sostanza l'anima del programma CBS targato Bruckheimer. Il momento più onesto della pellicola è sui titoli di coda, col vecchio Tonto che lentamente si allontana dall'obiettivo di spalle per ricongiungersi in campo lunghissimo con la Monument Valley, mito dentro al mito. E il film quantomeno ci ricorda quello che sembra, malauguratamente?, essere diventato il motto centrale della parabola di Johnny Depp: mai togliere la maschera.

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Titolo originale: id.
Regia: Gore Verbinski
Interpreti: Johnny Depp, Armie Hammer, Barry Pepper, William Fichtner, Tom Wilkinson, Helena Bonham Carter, James Badge Dale, Ruth Wilson, Mason Cook, James Frain
Origine: USA, 2013
Distribuzione: The Walt Disney Company Italia
Durata: 149'