The Neon Demon – Incontro con Nicolas Winding Refn

A Nicolas Winding Refn non interessa la tua opinione. Ma non prenderla sul personale, non gli interessa quella di nessun altro, a meno che non si chiami Alejandro Jodorowski e gli legga i tarocchi su Skype. Il regista danese è esattamente come te lo aspetteresti guardando i suoi film, un concentrato di lucida follia nascosta sotto occhialoni da pentapartito e impeccabili completi optical, estremamente affascinante nelle sue macchinazioni come improvviso nell’esplodere in un narcisismo quasi infantile. Lo si capisce dai titoli di testa, da quel NWR impresso sullo schermo come se si fosse trasformato in una Maison d’alta moda in cui tutto è coloratissimo, curatissimo e anche un po’ paranoico. Lui stesso d’altronde definisce la creatività la forma più alta di narcisismo.
Non che il film lasciasse intendere il contrario. Refn ha cercato di inserirvici dentro tutti le varie sfaccettature della bellezza, un concetto così interessante e complicato visto che tutti hanno un’opinione a riguardo”. Ecco quindi la bellezza come potere, come controllo, come ossessione, come autodistruzione. Con una bella intuizione la definisce la versione Camp della magia. Funziona alla perfezione anche per il suo cinema, che si riduce sempre più sulla superficie patinata dell’immagine. Uno spazio in cui il cinema coabita con il videoclip e la videoarte, costringendo lo spettatore dentro un esperienza sensoriale complessa in cui sono aboliti i giudizi o le riflessioni. “I miei film sono prototipi”, ammette, “e non si guardano, si vivono”.
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Così, quando un avventore della prima fila prova a far vedere che ha fatto i compiti a casa chiedendo se le citazioni di Suspiria erano volute, viene immediatamente redarguito. “Non capisco perché quando vedete i film siete così ossessionati dal cercare tutti i riferimenti. Tutti rubano e chi dice di non farlo è un bugiardo”, sentenzia con un refrain che ci ricorda che siamo ancora in campagna elettorale. Ad un altro che vuol sapere se farà nuovamente film biografici come Bronson, risponde che tutti i suoi film lo sono già, perché parlano sempre di lui. “In questo volevo scoprire come sarebbe stata la mia vita se invece che dentro un corpo da uomo piuttosto bruttino fossi nato in quello di una bellissima donna”. The Neon Demon è praticamente il racconto di cosa sarebbe diventato Refn se fosse nato nella bellezza eterea di Elle Fanning. C’è qualcosa di malato e allo stesso tempo di universale. “Tutti i film precedenti mi hanno portato a fare questo, in qualche modo”. La sua firma non è solo nel monogramma iniziale ma è in trasparenza in ogni inquadratura, in ogni immagine.

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Mi interessa molto questo self-branding totale che permea la produzione artistica di NWR, quindi alzo la mano e chiedo il microfono. Ho la domanda ben chiara in testa perché ho un po’ paura di fare la fine di quelli che mi hanno preceduto. Voglio chiedere come mai un regista così riconoscibile è passato in pochi anni da next big thing a ospite mal sopportato a Cannes, fischiato e contestato dagli stessi che per Drive si arrampicavano sui lampadari. Mentre aspetto la traduzione della domanda precedente però capisco che tutto ciò ha poco senso. E’ evidente che a Refn non interessi minimamente né il giudizio del pubblico né quello della critica e che la sua unica aspirazione è fare quanti più film possibili nel modo più strano possibile. Al volo recupero un appunto che avevo preso alcuni minuti prima in cui Elle Fanning diceva di aver fatto questo film per shoccare le sue coetanee, perché ormai ci sono sempre meno pellicole in grado di sorprendere lo spettatore, specialmente quello più giovane. Così chiedo se nel futuro il cinema per esistere dovrà reinventarsi ibridando i linguaggi delle altre arti audiovisive, modificando anche le modalità di fruizione. Lui mi fissa in silenzio per qualche secondo come se fosse in uno stato di trance e poi scandisce “Io ho visto il futuro”, che se non te lo dicesse uno danese in giacca e cravatta penseresti di essere atterrato in Messico. Invece è solo l’inizio di un lungo monologo su come siamo finalmente arrivati ad un punto di rottura con il classico, grazie alle tecnologie digitali che hanno reinventato le vecchie leggi del feudalesimo cinematografico attraverso le quali pochi capi d’industria decidevano cos’era giusto o sbagliato. “Ora tutto è accessibile, tutto è visualizzabile, non esistono più criteri o categorie”. Per farsi guidare dentro questo futuro misterioso ha dovuto farsi guidare da un’Alice sedicenne che gli spiegava man mano come si comportano i giovani d’oggi. Per la Fanning è stato un modo totalmente nuovo di girare, in cui la paura di cosa sarebbe successo il giorno dopo rendeva le riprese magiche, la ispiravano a cercare un modo personale per esprimersi. The Neon Demon è infatti un inno al Refn pensiero, secondo il quale “non esiste più un modo giusto o sbagliato di fare le cose”, l’importante è farle, “perché nel futuro non sarà ciò che siamo a definirci, ma ciò per cui lottiamo”. Anche e soprattutto la bellezza.