The Nest – L’inganno, di Sean Durkin

L’attenzione ai dettagli e la ricostruzione degli anni ’80, con le differenze tra Usa e Gran Bretagna è precisa. Ma il film è troppo controllato, non decolla e non si affossa mai. Brava Carrie Coon

Gli Stati Uniti sono quelli di Ronald Reagan, la Gran Bretagna di Margaret Thatcher. Gli anni ’80 di The Nest – L’inganno sono segnati dai colori neutri e glaciali delle luci di Mátyás Erdély, il direttore della fotografia di László Nemes che rendono l’atmosfera opprimente, che sconfina nell’horror. Non c’è una casa stregata, ma in quella villa di campagna qualcosa di sinistro c’è. Si nasconde nelle mura dell’abitazione, nelle azioni apparentemente inspiegabili dove però tutto è trattenuto.

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L’imprenditore Rory si trasferisce con la moglie Allison e i due figli da New York in Gran Bretagna, in un isolato maniero nel Surrey perché ha trovato nuove opportunità di lavoro che poi si riveleranno illusorie. La famiglia fatica ad adattarsi al nuovo stile di vita e, quando la situazione peggiora, il già fragile equilibrio della coppia inizia a disintegrarsi.

A nove anni dal bell’esordio di La fuga di Martha, Sean Durkin racconta un’altra storia in cui il lato oscuro della personalità si nasconde dietro l’apparenza della normalità. The Nest – L’inganno mostra i suoi protagonisti progressivamente nudi davanti a se stessi, li circonda di ambienti e luci naturali, con azioni che vengono sviluppate, portate sul punto di esplosione e poi ritardate. Il cinema del regista (anche sceneggiatore del film) gioca di sottrazione. Al centro della vicenda c’è la personalità ambigua di Jude Law, la cui personalità somiglia a quella di un altro terrificante padre di famiglia, quello interpretato da James Norton in L’apparenza delle cose ma fortunatamente è molto meno caricato. Gli occhi sono quelli della convincente Carrie Coon nei panni della moglie di Rory. Il suo sguardo potrebbe essere sempre presente. Anche quando non c’è. Sono le sue reazioni che smascherano il castello di bugie costruito dal marito come quella al ricevimento o la sua reazione alla cena di lavoro dove prima litiga con Rory e poi abbandona il ristorante. Sullo sfondo c’è la Londra del 1986, evidenziata dai brani della colonna sonora come, per esempio, A Forest dei Cure o hit Don’t Leave Me This Way dei Communards, Smalltown Boy di Bronski Beat e Don’t Get Me Wrong dei Pretenders. L’attenzione ai dettagli di Durkin è precisa, ai limiti dell’ossessione. Il suo film è così controllato che non decolla e non affossa mai. Il dramma familiare è però privo di quei graffi del cinema di Fincher, la deviazione verso l’horror poco convinta, la metafora della morte del cavallo di Allison come la fine di un’illusione e l’allegoria del neoliberismo eccessivamente sottolineate. C’è un momento fulmineo verso il finale in cui si ritrova l’impeto di Durkin del suo primo film: la festa a casa data dalla figlia della coppia in controcampo con Allison che vaga per Londra e Rory che viene lasciato a piedi dal tassista, che lì diventa la voce della sua coscienza. I segni narrativi sono molteplici: il figlio minore che fa i bisogni a letto e viene lasciato ad aspettare fuori scuola, la madre di Rory che compare, lascia il segno e poi di nuovo scompare. Durkin si è affidato, e fidato, così tanto della sua storia, che non ha più saputo scegliere cosa è necessario e cosa è superfluo. Il limite è tutto qui, in una prospettiva normalizzata per una storia invece inquietante e opprimente.

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Titolo originale: The Nest
Regia: Sean Durkin
Interpreti: Jude Law, Carrie Coon, Oona Roche, Charlie Shotwell, Tanya Allen, Wendy Crewson, Michael Culkin
Distribuzione: BIM
Durata: 107′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.33 (3 voti)
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