The Pills – Sempre meglio che lavorare, di Luca Vecchi

Il fiuto di Pietro Valsecchi nel dar vita a futuri successi al botteghino ci avrà azzeccato anche stavolta? O scommettendo sul trio Vecchi Corradini Di Capua il produttore ha fatto un passo falso? Reggeranno alla prova del lungometraggio? Queste le domande che si fanno in molti all’alba dell’esordio cinematografico dei The Pills, i trentenni romani diventati famosi in rete oramai da anni per i loro sketch dal verace cinismo, dove esibiscono e si crogiolano senza vergogna in un reiterato fancazzismo, e dalla cui nullafacenza le loro menti annoiate hanno partorito una serie di spaccati di vita tristemente realistici quanto esilaranti, sconfinando spesso in un surrealismo delirante.

Come coniugare un gusto puramente ludico con l’ambizione di “raccontare una storia”, o ancor peggio mettere in mostra uno spaccato sociale? Ciò che i The Pills della web serie già facevano perfettamente senza alcuna retorica rischia a tratti di appesantirsi di una forzata morale, in Sempre meglio che lavorare, il che è un gran peccato, perché così si perde la carica del nonsense, della sfacciata indifferenza verso i giudizi di sorta, che senza velleità artistiche rappresentava così bene una Roma sonnolenta e fintamente edonistica, non più così giovane ma eternamente pischella, ancora tanto attaccata ad un linguaggio e a dei rituali adolescenziali e ad uno stile di vita al contempo monotono ed “episodico”. Non che i The Pills si pieghino ad alcuna forma di perbenismo, anzi, per tutto il film rimangono fedeli al loro unico vero credo, ossia non lavorare, memori di un giuramento che si erano fatti fin dall’infanzia (i flashback con il trio di bambini identici a loro che si muovono e parlano esattamente come loro è una delle migliori trovate del film), ma è proprio nel paradosso di questa resistenza reiterata che il film perde la sua carica e si diluisce la potenza del trio, pur producendo un effetto un po’ amaro.

the-pills-slideNon mancano trovate geniali, stoccate parodistiche ai primi film di Muccino (da Come te nessuno mai agli altri trentenni in crisi, i protagonisti assai più melodrammatici de L’ultimo bacio), citazioni cinematografiche sparse ed eterogenee piazzate senza timori reverenziali o sofisticatezze cinefile, che fanno la forza di un trio che si mostra per quello che è dietro e davanti allo schermo, ma che non credo abbia mai voluto portare il fardello di mostrare una generazione. Ci sono i luoghi di una Roma non cinematografica, una colonna sonora che rispecchia i gusti dei coetanei, e quando i Vitelloni degli anni duemila abbandonano ogni logica seguendo il loro primario talento, ossia il puro cazzeggio, ci regalano delle chicche estemporanee, come l’apprendistato di Luca Vecchi all’interno della setta dei “bangla”, quando tradisce il giuramento fatto agli amici diventando un “workaholic” e dopo un lungo e faticoso addestramento (nell’arco di una carrellata che ricorda tanto Fight Club, quanto un Ghost Dog nostrano) entra a far parte – non a caso spostandosi nella temibile Milano – della “Bangla corporation”. Così ci piacciono i The Pills, e se a qualche giovane vecchio romano viene un po’ di malinconia immedesimandosi in un trentenne che per paura di crescere si maschera da Silvio Muccino e si unisce ad un gruppo di teenagers per l’occupazione, si faccia qualche domanda e si dia qualche risposta.

Regia: Luca Vecchi

Interpreti: Matteo Corradini, Luigi Di Capua, Luca Vecchi, Simone Fazzello, Antonio Marrano

Distribuzione: Medusa

Durata: 90′

Origine: Italia 2016