The Princess, di Le-Van Kiet

Un fantasy che parla il linguaggio forsennato di John Wick per riscrivere la sua stessa natura. Non evita certe trappole ma è uno dei film più personali di un filone sempre più centrale dell’action

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Un giorno ci sarà da discutere seriamente sul cinema della coppia Leitch/Stahelski, a partire, forse, dal suo passo evidentemente diseguale, tra il pragmatismo e le vertigini concettuali sul destino dell’immagine.

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Ma le questioni maggiori emergono quando Leitch e Stahelski provano a trasformare la loro idea di cinema in un sistema riproducibile, producendo film con la 87eleven Pictures, di fatto un collettivo di stuntmen che addestra attori e creativi a “pensare” la scena con lo stesso dinamismo che la creatura primordiale dei due registi, John Wick ha reso paradigma. E tuttavia qualcosa va storto, il meccanismo stenta evidentemente a decollare. Gradualmente, si fa strada l’idea che quest’idea di cinema non possa reggersi soltanto sul suo linguaggio, ma abbia bisogno, soprattutto, di un corpo attoriale in grado di imporsi sulla scena oltreché di uno sguardo registico in grado di reinventare uno spazio noto e difficile da ridefinire. E allora, forse, non sconvolge poi troppo riconoscere l’indubbia distanza che c’è tra il grintoso Io sono nessuno della coppia Odenkirk/Naishuller ed il ben più opaco Kate con Mary Elizabeth Winstead.

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The Princess è soprattutto un film che pare affrontare il dilemma Leitch/Stahelski da un punto di vista inedito. Perché Le-Van Kiet, specialista dell’action di origine vietnamita, guarda quel linguaggio dall’esterno e ne intuisce la struttura modulare. Come il noir, anche questa declinazione dell’action può infatti offrire un’impalcatura utile a riscrivere interi generi, da infiltrare e ribaltare a piacimento.  E allora il film è tutto lì, nelle affascinanti fratture che nascono all’impatto tra spazi conosciuti e loro riconfigurazione.

Così la storia di questa principessa, che, dopo essere stata rinchiusa in una torre, percorre ogni suo piano per sconfiggere gli sgherri del tiranno che avrebbe dovuto sposare e liberare la sua famiglia, è un fantasy che però inizia come un film con Jason Statham e non si ferma mai come The Raid, tutto inscritto nel corpo di Joey King (forse l’unica, insieme alla Theron ad aver declinato in modo personale la formula Wick attraverso il suo corpo), che si presta, sicura e divertita, alle coreografie forsennate.

The Princess

 

I momenti più efficaci di The Princess sono in effetti quelli più giocosi, le parentesi in cui Kiet e Joey King studiano gli spazi e collaborano per prendere possesso di un immaginario volutamente ridotto a cliché. E allora ecco che lo splatter fa improvvisamente irruzione tra le anguste stanze di quella torre, interi elementi tipici del fantasy (dai boia alle asce, passando per i secchi della servitù) vengono rimediatizzati come strumenti di offesa utili alla protagonista o avversari da combattere, e la stessa protagonista subisce l’ormai onnipresente gamificazione (con alcuni duelli che sembrano boss fight tutte blocchi e contromosse).

Le-Van Kiet si fa in quattro per “rompere” il sistema e in parte ci riesce, certo, ma è evidente che la regia risolva solo in parte alcuni dei problemi maggiori del filone, primo tra tutti, la difficoltà a declinare attraverso l’action una spinta militante: The Princess prova in effetti a inserirsi sulla stessa linea di Io sono nessuno, sviluppando una decostruzione della mascolinità affascinante ma solo abbozzata (quante cose in più si sarebbero potute dire, in effetti, su questo re esautorato perché troppo poco “virile”), talmente “in rilievo” rispetto allo spazio narrativo da risultare stucchevole.

Colpisce tuttavia quanto a volte sia lo stesso Le-Van Kiet a perdere il senso dell’orientamento. Al primo film di produzione americana e, forse, poco a suo agio con un modo evidentemente occidentale di intendere il fantasy, a volte il regista si muove insicuro, spaesato, negli spazi che costruisce. Quando succede, a Le-Van Kiet non rimane che rimarcare, con evidenza, la prassi e le strutture di quell’immaginario che sta provando a ripensare, come a saggiare la consistenza del contesto in cui si sta muovendo, riprendere contatto con i suoi punti di riferimento. E tuttavia così non solo dilata eccessivamente il ritmo di un racconto che dovrebbe essere tesissimo ma soprattutto rischia di contraddire lo sguardo ribelle nei confronti di un intero genere adottato fino a quel momento.

Alla lunga, forse, The Princess non riesce a trovare davvero la quadra del “sistema Wick”, ma a Le-Van Kiet va riconosciuto l’onore del pioniere che per primo ha provato a rompere un pericoloso meccanismo ricorsivo.

The Princess non rivoluziona un genere ma, insieme, forse, proprio a Io sono nessuno, è il progetto con l’identità più definita dell’intero filone, che, al di là di certi scartamenti, racconta bene a cosa potrebbe arrivare questo nuovo modo di intendere l’action se spinto a piena maturazione.

Titolo originale: id.
Regia: Le-Van Kiet
Interpreti: Joey King, Dominic Cooper, Olga Kurylenko, Ivo Arakov, Alex Reid
Distribuzione: Disney+
Durata: 94′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
Sending
Il voto dei lettori
2 (1 voto)
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