The Prodigy – Il figlio del male, di Nicholas McCarthy

In The Prodigy la paura prende la forma di un bambino, Miles, interpretato da Jackson Robert Scott, già protagonista di IT di Andrés Muschietti, e del relativo sequel, di prossima uscita. La madre Sarah (Taylor Schilling) e il padre John (Peter Mooney) dopo la gravidanza sono al settimo cielo. Il piccolo, durante la fase di crescita, si rivela dotato di una straordinaria precocità di apprendimento, ma nel corso del tempo inizia a mostrare di possedere qualcosa di sinistro.

Nicholas McCarthy nel suo terzo lungometraggio da regista recupera alcuni degli elementi forti del titolo di esordio, The Pact, ed altre suggestioni evocate in Home (Oltre il male) per contaminare questo ultimo lavoro. Le corrispondenze iniziano dall’eterocromia di Miles, e sulle malefiche ricadute che tale caratteristica somatica riserva al possessore, in alcuni incidenti ciclici, ad esempio restare feriti calpestando inavvertitamente delle schegge di vetro, e soprattutto nel modello narrativo. Che prevede la presenza, come nel primo film, di un serial killer di donne, Edward Scarka (Paul Fauteau), un inquietante individuo di origine ungherese. Mentre dal secondo mutua la tematica della possessione, declinata con alcune sottili differenze nel modo di reincarnarsi, fermo restando la matrice comune del parto.

La logica prosecuzione di un discorso sospeso trova la necessaria discontinuità dentro l’evoluzione del plot, più complesso per una maggiore attenzione riservata ai personaggi, superiori anche di numero, ed una precisione sui particolari che muovono la storia. Il laconico, spontaneo e genuino debutto, si complica nell’approfondimento, in una ricerca di maturità stilistica meno impulsiva. E quel barlume oscuro che fagocita le certezze nell’assenza di spiegazioni razionali, lascia il posto ad un’analisi indiziaria completa, dove la voragine si apre dallo sgretolamento delle barriere psicologiche nella consapevolezza della presenza del male. Dal succedersi, inaccettabile, dell’incredibile, si passa ad una negazione, al rifiuto di aprire gli occhi su quello che ci circonda. Rigetto favorito dall’ubicazione del pericolo sotto le mentite spoglie di un bambino, per tacere dei legami familiari.

Molte delle progressioni audio/video sono invece senza dubbio ascrivibili ad uno sforzo produttivo importante, il sound design The Prodigy è la dimostrazione di uno sviluppo tecnologico del campo imponente. I rumori e le atmosfere sono tanto verosimili ed angoscianti da mettere a repentaglio il dominio della scrittura come vettore della storia. L’uso della fotografia consustanziale, materica, riflette la percezione di una realtà dominata dalla solidità del male, e neppure rinuncia a moltiplicare nel buio, come da scuola classica di genere, i fattori di rischio.

I riferimenti cinematografici vanno da The Omen a L’esorcista, mentre l’inquadratura finale è un chiaro omaggio di suggestione lynchiana. Che a sua volta, guardando lontano nel tempo, nasce probabilmente dallo sguardo di Jacques Lantier/Jean Gabin nel film La Bête humaine, tratto da un racconto di Zola, ed adattato per il cinema da Jean Renoir. Un epilogo che non recide alcuna radice e prepara il terreno per successivi capitoli della storia.

Titolo originale: The Prodigy
Regia: Nicholas McCarthy
Interpreti: Taylor Schilling, Jackson Robert Scott, Peter Mooney, Paul Fauteau
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 92′
Origine: USA, Canada, 2019