The Quiet Family, di Kim Jee-woon

A 24 anni di distanza, il debutto di Kim Jee-woon emerge ancora per la sua grottesca analisi sociale, nonché per l’influenza esercitata nel tracciare la via del Nuovo Cinema Coreano. Su Fareastream

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Nel contesto della cinematografia coreana The Quiet Family (1998) occupa una posizione di rilievo, sia per motivi storici, sia per motivi strettamente culturali. Adottando uno sguardo retrospettivo, è possibile cogliere la capacità dimostrata dal debutto filmico di Kim Jee-woon di presentarsi quale sineddoche estetica del periodo, come punto di convergenza di un’onda del cambiamento che stava in quel momento attraversando il panorama cinematografico sudcoreano e che, nel contempo, avrebbe decretato il paradigma di riferimento per l’intera industria filmica del paese. Conseguentemente alla caduta del governo militare nel 1992 e in virtù di un processo di riorganizzazione nazionale (di matrice soprattutto culturale), l’industria filmica locale è stata, infatti, interessata da un moto di rinnovamento che ha consentito agli artisti di esplorare, con maggiore libertà, tematiche e idee una volta considerate inviolabili tabù. Sul solco di opere quali Seopyeonge (Im Kwon-Taek, 1993), To the Starry Island (Park Kwang-su, 1993) e Passage to Buddha (Jang Sun-woo, 1993) meritevoli di aver mostrato in Corea una nuova via estetica tramite cui intendere il cinema come dispositivo di indagine dei problemi esistenziali (e della sessualità) di uomini comuni, seguite da acclamati debutti come The Day a Pig Fell into the Well (Hong Sang-soo, 1996), Crocodile (Kim Ki-duk, 1996) e Green Fish (Lee Chang-dong, 1997), l’esordio di Kim Jee-woon ha intercettato in sé i prodromi del rinnovamento, declinandoli per la prima volta in un’ottica di genere.

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Mutuando dalle atmosfere grottesche di La casa (Sam Raimi, 1981), The Quiet Family interpreta il senso di sfasamento collettivo vissuto dai coreani (e dal cinema del paese) in un momento di grandi cambiamenti culturali, etici, sociali e politici (culminati nella severa crisi finanziaria del ’97) attraverso l’articolazione di una storia tragicomica, dalle evidenti tinte surrealiste. Nel presentare la storia dei Kang, una famiglia altamente disfunzionale, che in seguito ad un incidente accorso nella loro taverna si trovano a dover fronteggiare le conseguenze di scelte irrazionali – il loro primo cliente si suicida nella notte, spingendo i proprietari ad occultarne il corpo per paura di essere incolpati di un possibile omicidio – il film mette in scena una successione di eventi narrativi assurdi, dalla natura ironica e antirealistica, che in chiave paradossale materializzano, attraverso le immagini, una fotografia grottesca dei problemi della società coreana di fine anni Novanta. In continuità con un approccio di questo tipo, diviene allora di logica comprensione la convergenza nella narrazione di tutta una serie di turpi nefandezze – omicidi, stupri, prevaricazioni, comportamenti violenti – e di fatti di cronaca – spie nordcoreane (realmente presenti nel paese) coinvolte anch’esse nella parabola grottesca della famiglia Kang – che insieme confluiscono in un escalation di situazioni ridicole, eccedenti il limite della mera slapstick comedy. Una metodologia narrativa enfatizzata dall’episodicità (e non dalla semplice progressione) degli eventi che, per accumulo, si concatenato per rappresentare umoristicamente la follia, che in periodi di gravi difficoltà sociali, può emergere in seno alle relazioni famigliari.

A sottolineare l’influenza che The Quiet Family ha esercitato sul cinema coreano (e per estensione, su quello dell’Estremo Oriente) intervengono lavori come The Happiness of the Katakuris, il remake del film, realizzato da Miike e culminato in una delle opere più folli, radicali e brillanti del Ventunesimo Secolo – basti pensare a come il regista nipponico interpreti l’assurdità del debutto di Kim Jee-woon declinandola in una commedia musicale surrealista, a metà strada tra narrazione live-action e animazione in stop-motion – oltre ai coreani Attack the Gas Station! (Kim Sang-jin, 1999) e Save the Green Planet! (Jang Joon-hwan, 2003) dove la contaminazione tra il drammatico e il grottesco non sarebbe stata così pronunciata se l’esordio di Kim Jee-woon non avesse precedentemente mostrato in Corea la via per una irriverente e surreale rappresentazione dei disagi, delle idiosincrasie e dei timori del popolo coreano in un contesto dominato da grandi tensioni collettive.

 

 

Titolo originale: Jo-yonghan gajok
Regia: Kim Jee-woon
Interpreti: Song Kang-ho, Choi Min-sik, Park In-hwan, Na Moon-hee, Lee Yoon-Sung, Go Ho-kyung, Jung Jae-young, Ji Soo-won, Lee Ki-young
Distribuzione: FAREASTREAM
Durata: 98′
Origine: Corea del Sud, 1998

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
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