The Rolling Stones Olé Olé Olé!: a trip across Latin America

C’è un’anima neorealista nei Rolling Stones. Per anni abbiamo fatto fatica a vederla, soprattutto perché ingabbiata in un immaginario musicale molto patinato e storicizzato in cui il ruolo della band inglese pareva ormai congelato nell’immortalità del suo discorso e sistema musicale (e commerciale). E allora avanti con la nostalgia degli anni sessanta e settanta, con il vintage, con l’immortalità della performance e del long live rock, delle repliche di Satisfaction e Wild Horses, con le ambiguità di una macchina mediatica ancora avida di show pirotecnici, stadi stracolmi e celebrazioni autoriali su grande schermo – lo Scorsese di Shine a Light come esempio più costoso, tedioso e sincero.

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Va da sé che quest’ultimo lavoro, che è prodotto in tutto e per tutto sotto il marchio Stones, contiene tutte le caratteristiche sopra elencate correndo sulla carta il rischio di aggiungere poco alla lunghissima filmografia del gruppo capitanato da Mick Jagger e Keith Richards. E invece qualcosa la dice questo Olé Olé Olé: a trip across Latin America, soprattutto in quanto deviazione “politica” ed estetica del brand di Jagger & Co. ormai fatto sostanzialmente di puro mestiere – come il documentario scorsesiano, che Mick confessò pubblicamente di non amare, denunciava apertamente. Ma se è ormai nell’ordine delle cose non credere più alle magie performative dei quattro superstiti storici della band – oltre a Richards e Jagger, mai dimenticare Charlie Watts e Ron Wood, che qui si concede un meraviglioso piccolo assolo sulla sua passione per la pittura e la street art  –  diverso è il discorso che si può fare attorno al contesto e all’esperienza stonesiana, soprattutto attraverso gli occhi di una platea sudamericana per anni culturalmente e fisicamente seviziata dalle dittature militari.

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Ecco allora la passione isterica della gente comune di Argentina, Cile, Messico e Cuba, che gli anni migliori degli Stones non hanno potuto vederli, nè ascoltarli. Questo instant-documentary sulla tournée di inizio 2016 diventa così il ritratto di una seconda occasione e improvvisamente l’America Latina si trasforma nell’Europa e negli Stati Uniti degli anni settanta, con i membri del gruppo scortati per le autostrade e inseguiti da macchine furgoni e cordoni di fan impazziti come fossimo ancora ai tempi dei primi Beatles.

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rollingIn fin dei conti Olè Olè Olè traccia una strada diversa da quella della magia della musica, oramai data per assodata. È un film che cerca di raccontare l’esperienza del concerto attraverso diversi punti di vista: quelle dei fan appunto, ma anche delle metropoli e dei musicisti. Il 36enne Paul Dugdale, già documentarista della scuderia Stones e autore di Adele live at the Royal Albert Hall, frammenta il più possibile le canzoni eseguite dal vivo montandole con le versioni originali degli album e le voci fuori campo dei protagonisti come fosse la colonna sonora in postproduzione di un road movie.

Meglio. Olè Olè Olè non è affatto un film live ma un viaggio che assembla gli accordi di Black Angel e Moonlight Mile con vedute aeree e inquadrature di marciapiede delle capitali toccate dal tour. Lima, Buenos Aires, Montevideo, San Paolo, Città del Messico sono la tappe di un percorso personale che costringe i protagonisti a fare i conti con il loro passato e i ricordi di vecchi viaggi (“Lima nel 1968 era completamente diversa” ammette Richards). Un climax sanguingno in cui le note musicali di Sympathy for the devil non faticano a librarsi nei cortili dei ghetti o in giocosi squarci brasiliani a ritmo di samba. Un climax che non può che portare all’Havana, in un epilogo grottescamente ideologico (Jagger come Guevara?), plastificato e allo stesso tempo mai così sinceramente in linea con il fenomeno Stones. E la malinconia stavolta è evidente, ma luminosa. Let it loose.

Titolo originale: id.
Regia: Paul Dugdale
Distribuzione: Wanted Cinema
Durata: 105′
Origine: UK. 2016