The Running Man, di Edgar Wright
Dietro l’adrenalina resta solo l’eco lontana di Stephen King: laddove svaniscono politica e anima letteraria, divismo e intrattenimento spettacolare esplodono
The Running Man, l’ottavo film di Edgar Wright, si confronta maldestramente con l’umanità disperata e feroce che ancora oggi appartiene alla letteratura di Stephen King, e non alla scrittura di Michael Bacall e dello stesso Wright. Quest’ultima al suo secondo passaggio sul grande schermo – L’implacabile del 1987, d’altronde, sceglieva perfino di dimenticarsene, limitandosi a perseguire la questione divistica di Arnold Schwarzenegger – risulta pressoché incompiuta. Poiché filtrata da un immaginario altro, che non solo conosciamo fin troppo bene, ma che rischia ormai di aver già detto, se non tutto, molto, sia sulla questione del voyeurismo televisivo, sia sulla critica al totalitarismo e al controllo dei media, con annessa l’inevitabile manipolazione del reale e la conseguente costruzione di miti, volti e corpi plasmati ad hoc sulla base degli insaziabili appetiti del pubblico, e più in generale della fame di violenza, intrattenimento e morte della società moderna.
STORY EDITOR, corso online dal 20 gennaio 2026

-----------------------------------------------------------------
La quale nemmeno più si nasconde dietro il pudore d’un tempo, manifestando con fierezza la propria crudeltà. Seppur ancora una volta in termini esclusivamente spettatoriali, e senza alcun freno. Non è un caso che The Hunger Games dica ancora molto sul rapporto tra noi e loro — o meglio, lei: l’immagine violenta e di guerriglia tra ultimi, filtrata dagli schermi e dagli obiettivi che famelicamente inquadrano e riprendono, senza mai fermarsi, prede e predatori. Divenuti tali non per questioni genetiche o di nascita, né tantomeno d’istinto, ma generati semmai da costrizioni altre, e ancora da spietate leggi dell’intrattenimento e del compenso economico. Ciò che conta davvero è sempre la caccia, la tensione, ma soprattutto l’esibizione estremizzata — e mai off screen — del dolore. Ciò che più interessa, ciò che più diverte.
Infatti, nel film di Wright, “The Running Man” è lo show più apprezzato della televisione: una competizione mortale in cui i concorrenti, noti come “Runners”, devono sopravvivere per trenta giorni mentre sono braccati da assassini professionisti, capaci di qualsiasi crudeltà. Ogni mossa e giornata, trasmessa ad un pubblico assetato di sangue, porta con sé una maggior ricompensa in denaro. Nel disperato tentativo di salvare la figlia malata, l’operaio Ben Richards (Glen Powell) viene convinto dall’affascinante e spietato produttore dello show, Dan Killian (Josh Brolin), a entrare in gioco come ultima risorsa. Ma la sfida, l’istinto e la grinta di Ben lo trasformano in un inaspettato beniamino dei fan — e in una minaccia per l’intero sistema. Mentre gli ascolti salgono alle stelle, aumenta anche il pericolo: Ben deve superare in astuzia non solo i Cacciatori, ma un’intera nazione dipendente dal vederlo cadere.
Ecco dunque che l’immaginario di The Hunger Games non si limita soltanto a fare capolino tra le corse inarrestabili e le grida di The Running Man, ma diviene gradualmente presenza ingombrante, se non addirittura onnipresente: capace di fagocitare e poi rigettare ciascun linguaggio e forma, ingenuamente contenuta e osservata dall’ultimo Wright. Qui spaventosamente intimidito rispetto a un “già detto” che avrebbe potuto farsi, una volta per tutte, politico, adulto, tensivo e sregolato. Preferendo invece la via della sobrietà, dell’immediatezza o — peggio — del repentino intrattenimento a uso e consumo dello spettatore generalista e non di colui che osserva, riflette e scava nella materia trattata, indagando a fondo il tempo dell’immagine, del cinema e dell’oggi. Per questo, dell’anima letteraria di King non resta altro che la superficie, il contorno e il genere. Molto è andato perduto, e la consapevolezza di Wright in merito a ciò risulta tristemente evidente, e mai camuffata.
Parimenti, non è di alcun aiuto la maschera buffa indossata — si fa per dire — dalla star assoluta Glen Powell, che sembra omaggiare l’espressività clownesca, iperbolica e slapstick di Jim Carrey. Però, a differenza di quest’ultimo, Powell non sembra saper maneggiare in alcun modo né la tristezza, né tantomeno la malinconia che hanno contraddistinto moltissimi ruoli interpretati dall’attore , a spasso tra questo e quel genere.
Per non parlare della rabbia — centrale nel romanzo, marginale nel film — e la sequenza iniziale di The Running Man, a proposito di questo, parla da sé. Infatti, se è vero che la muscolarità non manca, l’emozione o la caratterizzazione psicologica del Runner “per amor di famiglia” Ben Richards viene sempre meno, dichiarandosi addirittura estranea rispetto all’immaginario costruito da Wright. In dialogo costante con un gioco meta-narrativo dapprima interessante e farsesco, poi dolorosamente sfiancante, o — peggio — inutile: quello del divo che interpreta sé stesso. Non è mai Richards che osserviamo, ma Powell, insozzato di sangue, ammiccante e duro a morire.
L’adrenalina è garantita. E il minutaggio, seppur di una certa importanza (2h e 13min), risulta sorprendentemente godibile e raramente avvertito. Per questo è un vero peccato che il realismo crudo dell’America provinciale non sia stato colto da Wright; e lo stesso discorso vale anche per la riflessione tipicamente kinghiana sul binomio sopravvivenza/patriottismo, cui si lega fin da subito il mito della fondazione — o meglio, rifondazione — di una società migliore, vera e futuribile. Avrebbe potuto dire molto su ieri e su oggi. Ancora una volta, tradurre King per ciò che è risulta arduo, se non addirittura impossibile. Accontentiamoci dunque di un divo in fuga. O di The Running Man ci resterà poco, o — peggio — niente.
Titolo originale: id
Regia: Edgar Wright
Interpreti: Glen Powell, Josh Brolin, Colman Domingo, Lee Pace, Jayme Lawson, Michael Cera, Emilia Jones, William H. Macy, David Zayas, Katy O’Brian, Daniel Ezra, Karl Glusman, Sean Hayes
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 133′
Origine: UK, USA, 2025




















